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Articolo tratto dalla rivista n. 6-7 Anno 136 Giugno-Luglio 2000 (pag. 31)
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UN INGEGNERE FILOSOFO
Luciano
De Crescenzo vive da molti anni lontano da Napoli, però è rimasto
napoletanissimo nel cuore ed alla sua città natale sono ispirate tutte le
sue opere letterarie e cinematografiche, ma soprattutto i suoi pensieri ed
i suoi desideri.
Da quando risiede a Roma per motivi di lavoro, egli considera a città
eterna soltanto una periferia della sua amata Partenope, ove corre non
appena gli è possibile da sua figlia Paola, che si occupa a Napoli di
grafica pubblicitaria ed ha disegnato anche la copertina del suo ultimo
libro.
Il nostro amato concittadino ha il vezzo di nascondersi l'età,
probabilmente perché dimostra molti meno anni di quanti realmente ne
abbia.
Sfoglieremo inutilmente il suo libro "Vita di Luciano De Crescenzo
scritta da lui medesimo" alla ricerca della sua data di nascita.
In 250 pagine molto fitte sono raccontate decine di aneddoti, di
descrizioni, di confidenze, di meditazioni, ma di quel fatidico giorno
neanche l'ombra: un mistero impenetrabile.
Nella parte filosofica del libro scritta nel 1989 «Luciano», con
un'immagine di rara poesia, ci confida di sentirsi come un impiegato che
ha avuto quattro settimane di ferie e ne ha fatte già tre.
Egli fantastica di stare seduto su un corridoio di passaggio e di gettare
uno sguardo in due camere attigue una sulla destra più grande
piena di ricordi buttati alla rinfusa ed una sulla sinistra avvolta nella
penombra. Un grosso orologio che segna implacabile lo scorrere del tempo
che trasforma la grandezza delle due camere: la destra che rappresenta il
passato diventa sempre più grande e affollata, la sinistra, il futuro,
sempre più piccola ed ombrata.
Attraverso un televisore magico, giorno dopo giorno, tutta la vita
trascorsa può essere rivista come pure è possibile dare una sbirciatina
al futuro, ma bisogna stare attenti a non spingersi troppo avanti nel
tempo per non imbattersi in una data tremenda dopo la quale lo schermo non
darebbe più immagini in movimento.
Nel 1990, anno in cui il libro è stato scritto restano ancora da vivere
per Luciano secondo i suoi calcoli e le sue aspettative oltre 20 anni di
vita, essendo egli nato, secondo le nostre indagini anagrafiche a Napoli
nel 1928. Oltre 80 anni, ritiene di dover vivere circa 10 anni in più di
quelli che le rigorose statistiche dell'ISTAT assegnano ad un italiano
medio. Luciano si rivela un inguaribile ottimista, evidentemente per
accontentarlo qualche altro italiano dovrà vivere 10 anni di meno.
Ma cominciamo dal principio: Luciano nel 1928, come abbiamo scoperto,
nasce a Napoli e va a collocarsi subito in una famiglia numerosa e
rumorosa come quelle che andavano di moda una volta ricca di nonne, zii
single, zie zitelle e numerose cameriere alcune in pianta stabile ed altre
che cambiavano continuamente perché sospettate di aver rubacchiato. Lo
zio, di nome Luigi, detto «o pallista» per le teorie che raccontava di
continuo era il preferito tra tutti i parenti (quarantadue tra primo e
secondo grado) e le zie Olimpia e Maria erano state sfortunate con i
mariti per cui erano diventate due zitelle di ritorno. La madre era nata
nella Duchessa nel 1883 ed a quarant'anni era ancora zitella; la gente per
strada la salutava con rispetto, poi, però le mormoravano dietro «Nisciuno
'a vuluta». Lei era già rassegnata alla zitellaggio, quando grazie
all'opera di «'onna Amalia 'a Purpessa» di mestiere sensale di
matrimonio conobbe il papà di Luciano un uomo dagli occhi azzurri, ma dai
capelli tutti bianchi tale da parere «'nu viecchio». Il matrimonio
combinato tra due persone così avanti negli anni sembrava destinato
soltanto a reciproca compagnia, ma i figli arrivarono lo stesso, prima
Clara e dopo cinque anni il sospirato crede maschio: Luciano.
Il padre era una specie di burbero benefico che non aveva in alcuna
simpatia le smancerie ed i vezzeggiamenti, severo al pari dei padri
dell'inizio del secolo.
Egli era proprietario di un negozio di guanti in piazza dei Martiri, ma
non possedeva l'animo del commerciante bensì dell'artista, come era stato
il nonno, che il pittore lo aveva fatto sul serio e con ottimi risultati
sul piano artistico sotto la guida di De Nittis. Egli era un po'
preoccupato che avendo superato i 65 anni il figlio ne avesse soltanto 15.
Quando dopo la guerra bisognò cominciare tutto daccapo egli esclamò: «Il
guaio è che io sono troppo vecchio per ricominciare e tu troppo giovane
per prendere il mio posto; forse avrei dovuto sposarmi prima». E così
dicendo, strinse la mano del figlio, e restarono in silenzio per alcuni
minuti.
Il primo incontro con l'erotismo avviene all'età di 10 anni, quando
Luciano frequentava la prima media all'Umberto 1 di via Carducci con il
ritrovamento in palestra di un preservativo, tra le urla e le imprecazioni
del professore Carosone, insegnante di ginnastica ed amante delle
parolacce che per lui, memore dell'etica fascista erano indice di virilità.
E poi dopo aver appreso la parte meccanica del sesso, il primo amore; anzi
i primi, perché Luciano confessa candidamente di aver avuto quattro primi
amori uno per età: bambino, adolescente, giovanotto ed infine adulto. E
di essere ancora in attesa di quello da vecchio.
Lilly, Gisella, Gilda e Irene le quattro fortunate mortali. Con Gilda c'è
stato di mezzo anche un matrimonio, durato alcuni anni, una figlia, un
annullamento da parte della Sacra Rota ed oggi Luciano e Gilda sono come
due vecchi amici, anzi anche qualche cosa di più.
Vengono poi gli anni difficili della guerra, durante i quali Luciano, con
i suoi numerosi parenti e parte delle masserizie familiari, è costretto a
numerose peregrinazioni alla ricerca di una località tranquilla ove «sfollare»
ed alla fine la scelta cade su Cassino, ritenuto un posto sicuro, il «ventre
della vacca» dove come tutti sanno infuriarono numerose battaglie con
grande accanirnento da parte dei combattenti.
A Cassino la famiglia De Crescenzo si sistemò in una villetta, ospite di
alcune vecchie signore e visse tra mille peripezie per alcuni mesi, fino a
quando i tedeschi requisirono i locali da loro abitati per trasformarli in
un ospedale da campo e senza tanti complimenti ne trasferirono gli
occupanti in camion verso Roma all'epoca divenuta città aperta.
Nella capitale la famiglia trovò sistemazione presso l'Hotel Aosta,
grazie all'interessamento di un vecchio conoscente, l'avvocato Percuoco.
Il nostro Luciano fondò con il cugino Geggé una piccola società di
compravendita di generi di borsa nera.
Le mercanzie più vendute erano sigarette comprate a San Lorenzo, caciotte
di Frascati, olio e sale di Marino.
Questi piccoli commerci permisero alla famiglia De Crescenzo di andare ad
abitare ai Parioli fino al 4 giugno, data fatidica in cui sfilarono per le
strade di Roma i soldati americani.
E finalmente giunse il giorno del grande ritorno a Napoli, in un, città
in cui profonde ferite erano state inferte dai bombardamenti: via Marina
era stata rasa al suolo, i famosi vetri delle gallerie giacevano a terra
in frantumi. Il bel palazzo dove abitava la famiglia De Crescenzo a Santa
Lucia aveva perso tutta la scala di marmo e le ringhiere in ferro battuto,
mentre il negozio in piazza dei Martiri era quasi: scomparso per lo
scoppio di una bomba che aveva colpito palazzo Portanna ed alcuni guanti
col loro marchio erano stati ritrovati nella villa comunale a più di un
chilometro di distanza. La casa di villeggiatura del Vomero era stata
requisita dagli inglesi che ancora la occupavano. Ma poi tutto passa e si
ritorna alla vita normale. Nel 1960, Luciano, grazie alla raccomandazione
del cavaliere De Vico, un amico di famiglia, entra nella IBM, dove passerà
poco meno di venti anni, facendo carriera e giungendo fino alla carriera
di marketing manager, cioè vicedirettore. Il lavoro non soddisfaceva lo
spirito artistico e ribelle dell'ingegnere, il quale, covava l'aspirazione
di divenire scrittore ed uomo di spettacolo e non vedeva l'ora di cambiare
attività e divenire famoso. Nel periodo in cui De Crescenzo pendolava
ancora tra l'IBM ed il mondo dello spettacolo, con sporadiche licenze
straordinarie che gli costavano ottantamila lire lorde di trattenute dallo
stipendio di ingegnere, ebbi modo di conoscerlo nelle vesti di
presentatore della trasmissione «Il Miliardo», programma prodotto negli
studi dell'emittente Telenapoli in via Crispi. A
presentarci fu un amico comune, il dott. Lucio Testa, da poco divenuto
regista della RAI, grazie alla raccomandazione del padre all'epoca
un pezzo grosso della Criminalpol.
Io avevo da pochi mesi partecipato alla trasmissione «Rischiatutto» di
Mike Bongiomo e godevo ancora di una certa popolarità presso il pubblico
che, l'amico Lucio Testa di intesa con Luciano De Crescenzo, volevano
sfruttare per la loro trasmissione a Telenapoli. Ricordo un lungo
pomeriggio di prove della puntata condotta da De Crescenzo che era un
personaggio molto spontaneo ed affascinante. La trasmissione registrata
non andò però mai in onda per difficoltà economiche dell'emittente, ma
conservo un ricordo gradevole di quella giornata trascorsa insieme fino
alle otto di sera, ora in cui Luciano si accomiatò da me e dal regista
per terminare la serata con una polacca bellissima, un'attricetta che
aveva rimorchiato negli studi di Telenapoli e che si riprometteva di «passare
per le armi»; cosa che mi risulta avvenne puntualmente, a prestare fede
al racconto che il mio amico Lucio, un «arrapato» di prima categoria, mi
fece il giorno seguente con dovizia di particolari. Finalmente venne il
momento in cui Luciano ebbe il coraggio di lasciare l'IBM, tra la
meraviglia di tutti i parenti, che lo ritenevano uscito di senno, e di
seguire la sua inclinazione naturale verso il cinema, la televisione e
l'attività di scrittore. Del suo passato di ingegnere all'IBM gli
restarono oltre alla liquidazione 4 computer, per ricordo. Diventa una
fabbrica di best-seller, regista, attore. Il primo successo in libreria è
«Così parlò Bellavista» un caleidoscopio di fatti e personaggi
napoletani, che in seguito diventò un grosso film di cassetta con le sue
frasi divenute celebri: «Napoli è l'unica speranza che il mondo abbia di
sopravvivere. Però che traffico ... ». Seguono poi altri libri di
successo come «Zio cardellino», una «Autobiografia», «La domenica del
villaggio» e tutta la serie sulla filosofia greca. Tra i films diretti
oltre ad un doppio Bellavista è da ricordare «32 dicembre». Negli
ultimi anni gli esplode l'amore per la filosofia, una scienza che oltre ad
appassionarlo, contribuisce anche a cambiare il suo modo di vivere.
Luciano è attratto dalla filosofia greca, sia perché da quella sono nate
tutte le altre, ma principalmente perché in essa vede rappresentato il
modo di vivere e di pensare del popolo napoletano.
Nelle regioni meridionali hanno a lungo soggiornato Pitagora e Parmenide
ed anche il grande Platone è stato nel nostro sud per ben tre volte ad
imparare la filosofia della verità contro quella deteriore delle
opinioni. È solo da Napoli e dal Mezzogiorno che può ricominciare una
ripresa culturale italiana. Infatti la nostra città rappresenta il più
grande serbatoio umanistico del mondo.
Egli rimane colpito da alcuni personaggi singolari come il professor
Riganti, un vecchio saggio napoletano incontrato al circolo Canottieri al
Molosiglio, il quale con una serie di pacati ragionamenti lo convince che
è inutile correre dietro al denaro ed al potere, perché essi non sono in
grado di garantire né la felicità né tantomeno l'immortalità, per cui
l'uomo saggio non solo non li persegue, ma non si muove e si allena a
morire, come i santoni indiani che hanno scoperto questo segreto già
alcune migliaia di anni fa.
E perciò cosa saggia abituarsi all'idea della morte per poi
sottovalutarne l'importanza, come se si trattasse di un semplice sfratto
di casa, un po' di nostalgia per ciò che si lascia e con un pizzico di
curiosità per quello che si andrà a conoscere.
Un altro personaggio originale che incoraggia Luciano sulla strada della
filosofia globale è il professar Barbieri, un signore molto anziano che
abita a Napoli nella zona di Piazza Mercato e che più che un professore
di lettere ama considerarsi un educatore globale. Egli insinua nei suoi
discepoli un insegnamento sottile quello del «dubbio positivo».
Per il prof. Barbieri, un vecchio che a saggezza non sfigura nel confronto
con i filosofi greci, il dubbio è una divinità discreta che espone con
calma le sue idee ed è pronto a cambiarle radicalmente non appena
qualcuno gli dimostra che sono sbagliate. Il dubbio è rappresentato dal
punto interrogativo simbolo del Bene, mentre quello esclamativo è simbolo
del male. I sacerdoti del dubbio positivo sono quasi sempre brave persone,
tolleranti, disponibili e democratiche, mentre il paladino del punto
esclamativo sono individui violenti di cui avere paura. A questa categoria
di individui appartengono persone più disparate dagli integralisti
islamici, ai tifosi di calcio, dai brigatisti rossi a quelli neri.
I libri della filosofia greca scritti da De Crescenzo, accolti con la
puzza sotto il naso dagli specialisti del settore, invidiosi delle grosse
tirature, hanno invece incontrato un grosso successo presso i lettori,
attratti dallo stile semplice ed accattivante.
Attraverso la loro lettura ci si accorge che il napoletano è figlio e
nipote della filosofia greca e degno rappresentante di essa nei tempi
moderni, mentre Luciano De Crescenzo con i suoi dubbi e le sue certezze,
ne è l'ultimo epigono ed il degno cantore.
Achille Della Ragione
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