LEOPARDI
GIUDICE DEL SUO TEMPO
Con buona pace di coloro che negano l'esistenza di
una filosofia di Leopardi, ed erano finora in Italia la maggioranza
Leopardi fu certamente filosofo, di quella speciale categoria di filosofi
che si suol definire moralisti, nel senso che ciò che veramente, e
quasi esclusivamente, lo appassionò, ciò che veramente costituì il suo
problema centrale fu l'uomo, la sua storia, il suo destino. Che cosa è
filosofia? Un senso dell'uomo della vita e del mondo esplicito in
concetti, in un sistema di idee saldamente articolate in unità. Ora, per
negare che in Leopardi questo sistema si trovi, e nettamente cosciente,
saldamente articolato, perseguitato nelle più minute e capillari
applicazioni bisognerebbe essere cieco. È anche un ottimo indizio della
schietta vocazione filosofica di Leopardi il fatto che al possesso di quel
suo sistema egli pervenne giovanissimo, di colpo, e che, una volta
pervenutovi, non lo abbandonò più.
Qual'è il senso del pensiero di Leopardi? Questo: che per vivere felici
bisogna vivere intensamente che per vivere intensamente bisogna sentire
intensamente che per sentire intensamente bisogna intensamente agire che
per agire intensamente bisogna illudersi, cioé credere a tante chimere e
immaginazioni (onore, amore, dovere, patria, gloria ecc.) che la ragione
dissipa e disperde che, dunque, la ragione è nemica dell'illusione,
quindi dell'azione, quindi della vita intensa, quindi della felicità che
l'antichità greca e romana fu più felice del tempo nostro perché pensò
meno e agi di più perché s'illuse di più.
Il classicismo di Leopardi non è che la maschera sotto cui si nasconde il
suo fondamentale romanticismo: Grecia e Roma, egli le ammirò per la
stessa ragione per cui altri prima e dopo di lui ammiravano i barbari, i
selvaggi, i primitivi, cioé come modelli di civiltà tutta fondata
sull'azione e sull'illusione e non sulla ragione. Leopardi è discepolo di
Rousseau: il suo classicismo come quello di Nietzsche, con cui ha tanti
lati in comune è un aspetto di quest'anelito al primitivo, al barbarico,
all'ingenuo che è al fondo dell'anima del nostro tempo. Intuizione
fondamentale della vita pratica, dell'arte, della religione ammirabilmente
articolata e coerente e lampeggiante di vedute originalissime, a cui solo
oggi, forse, possiamo rendere pienamente giustizia, travolti come siamo da
una evoluzione immane che scuote il mondo, così come Leopardi si aprì
alla vita dello spirito che il mondo era da poco uscito da una grande
convulsione storica.
Guardiamoci però bene dal fare di Leopardi un artista e un pragmatista avant
la lettre. Leopardi sprona gli uomini a non raginare, a illudersi, ad
agire, a sentire intensamente, a correre dietro le chimere
dell'immaginazione, non perché egli attribuisca un qualunque, sia pur
minimo, valore in sè alla vita, all'azione, alle illusioni, ma soltanto
perché le immaginazioni e illusioni e azioni sono distrazioni,
divertimenti (nel senso originario della parola) dalla fondamentale
infelicità della vita. La vita dell'uomo è fondamentalmente infelice:
questo principio è alla base del pensiero leopardiano. Infelice perché i
piaceri che possiamo gustare sono sempre limitati, e la sete di piacere
insita nell'animo nostro è, invece, infinita, illimitata. Ma agire e
illudersi giova, per stordirsi dal senso di questa immedicabile infelicità,
che sorge con violenza dal fondo dell'anima quando l'uomo non agisce, ma
pensa e riflette. Leopardi guarda, sì, avanti a sè, a Nietzsche. Ma con
una delle sue facce soltanto. Con l'altra, guarda indietro a sè, a Pascal.
***
Quale sarebbe l'atteggiamento di Leopardi verso la
nostra attuale civiltà se egli potesse rinascere? La risposta non è
difficile per chi conosca veramente a fondo il suo pensiero filosofico. E
cominciamo da quella che si può dire la categoria centrale della nostra
moderna civiltà occidentale: il lavoro.
L’ ideologia del lavoro, elaborata da un travaglio
di pensiero che si proseguiva dal nostro Rinascimento (ne ho fatta la
storia nel mio libro Homo Faber), si accingeva a spiccare il volo
trionfale per tutto il mondo occidentale proprio negli anni nei quali
Leopardi apriva gli occhi alla vita dello spirito. Erano gli anni in cui,
favorita dalla pace succeduta alle guerre napoleoniche, la grande
industria dall'Inghilterra sua culla cominciava a raggiare sul continente.
L’ideologia del Progresso illimitato ne ricevette nuova vita, e con essa
si affermò trionfalmente il mito del lavoro come forza demiurgica
creatrice di una società più perfetta, più giusta, più felice, più
ricca. Il lavoro apparve come vera destinazione, massimo dovere e suprema
felicità concessa all'uomo.
La filosofia leopardiana del lavoro e dell'attività è svolta, fra i
molti, in un luogo importantissimo dello Zibaldone. «Riconosciuta
la impossibilità tanto dell'essere felice, quanto del lasciar mai di
desiderarlo soprattutto, anzi unicamente; riconosciuta la necessaria
tendenza della vita dell'anima ad un fine impossibile a conseguirsi; ...
riconosciuto in ultimo che questa infelicità universale è tanto maggiore
in ciascuna specie, individuo animale, quanto la detta tendenza è più
sentita, resta che il sommo possibile della felicità, ossia il minor
grado possibile d'infelicità, consiste nel minor modo possibile
sentimento di detta tendenza». Perciò i selvaggi, i primitivi,
gl'ignoranti sono più felici dell'uomo colto e civile. Ma avvenuto il
cosiddetto progresso, sviluppatasi la civiltà, è impossibile tornare
allo stato di natura. L’unico rimedio allora, per l'uomo colto e civile,
è la distrazione. «Questa consiste nella maggior somma possibile di
attività, di azione che occupi d riempia le sviluppate facoltà e la vita
dell'anima. Per tal modo il sentimento della detta tendenza sarà o
interrotto o quasi oscurato, confuso, coperta e soffocata la sua voce,
eclissato. Il rimedio è ben lungi dall'equivalere allo stato primitivo,
ma i suoi effetti sono il meglio che resti, lo stato che esso produce è
il miglior possibile da che l'uomo è incivilito».
Da ciò deriva che, lungi dall'esservi contrario, Leopardi è
favorevolissimo allo «spirito di energia che ora domina una gran parte di
Europa, agli sforzi diretti a far progredire la civilizzazione, in modo da
render la nazione e gli uomini sempre più attivi e più occupati».
Coloro, dunque, i quali credono (e sono i più, anzi è opinione generale)
che Leopardi, se vivesse, sarebbe sfavorevolissimo alla civiltà moderna
del lavoro, dell'attività del movimento, della velocità, s'ingannano nel
modo più completo e radicale. Leopardi sarebbe sfavorevolissimo come lo
fu all'ideologia con cui la nostra civiltà giustifica a se stessa il suo
incessante travaglio, ma questo travagliarsi e agitarsi e muoversi senza
tregua egli lo vedrebbe di buonissimo occhio. Perché? Perché la civiltà
Sconsiderata come aumentatrice di occupazione, di movimento, di vita
reale, di azione, e somministratrice dei mezzi analoghi» è generatrice
di attività, dunque di distrazione, di divertimento.
Meglio tutti, il lavoro manuale, che rovescia
l'attività al di fuori, la indirizza verso oggetti ben definiti e
limitati, la sminuzza e divide, e le impedisce di assurgere a piena e
globale coscienza di sè, e per ciò mezzo del suo nulla e del suo vuoto,
e così si conduce l'uomo ad una specie di stato di natura, il solo
possibile per l'uomo civilizzato e colto. Il gran problema è che l'uomo
non si annoi, perché è appunto attraverso la noia che l'uomo acquista
coscienza della fondamentale infelicità alla quale è condannato, dovuta
allo squilibrio tra la sua sete infinita di felicità e la finitezza dei
piaceri che solo gli è concesso di gustare.
***
Siamo, come si vede, totalmente fuori delle visuali
cristiane, ma siamo anche totalmente fuori dell'ideologia ottimista e
progressiva dei moderni. Con logica perfetta verso le sue premesse,
Leopardi finisce così per accettare e lodare la civiltà del lavoro, pur
rifiutandosi di accettarne l'ideologia con cui essa si giustifica di
fronte a se stessa.
Aggiungerò, per finire, che, se vivesse oggi, Leopardi vedrebbe di
buonissimo occhio il corso che la vita pubblica ha preso dopo la guerra
mondiale. Il dilagare dello sport, il vigoreggiare dello spirito
agonistico, il ritorno alla natura, il culto della vita fisica e del
corpo, il vigoreggiare delle passioni nazionali e politiche, ú rinato
spirito di milizia e di guerra, la febbre delle nuove invenzioni e
scoperte, il continuo crescere dell'interdipendenza dei popoli sì che la
vita di uno vibra di tutto ciò che fa vibrare la vita degli altri, il
declinare della religione in quanto forza che distoglie dal mondo e
rivolge all'aldilà, in tutto ciò Leopardi vedrebbe con gioia un ritorno
a quelle condizioni di vita di Grecia e Roma che egli vagheggiò sempre
come le condizioni ideali di ogni società che abbia avuto la disgrazia
d'incivilirsi. Condizioni ideali perché sono quelle in cui gli uomini
pensano meno e vivono di più, e vivono di più perché agiscono di più,
e agiscono di più perché s'illudono di più, e perciò si stordiscono e
si distraggono di più dall'eterna immedicabile infelicità della vita.
Adriano Tilgher