MENSILE DI OPINIONE - POLITICA DI COSTUME - ATTUALITA' - CULTURA -TURISMO - ARTE - MODA
fondata nel 1865.

Direttore responsabile
ITALO CARLO SESTI

Home
Ritorna

Ritorna alla nuova rivista
sul web

bullet
Articolo tratto dalla rivista n. 6-7 Anno 136 Giugno-Luglio 2000 (pag. 17)

 

LEOPARDI GIUDICE DEL SUO TEMPO

Con buona pace di coloro che negano l'esistenza di una filosofia di Leopardi, ed erano finora in Italia la maggioranza Leopardi fu certamente filosofo, di quella speciale categoria di filosofi che si suol definire moralisti, nel senso che ciò che veramente, e quasi esclusivamente, lo appassionò, ciò che veramente costituì il suo problema centrale fu l'uomo, la sua storia, il suo destino. Che cosa è filosofia? Un senso dell'uomo della vita e del mondo esplicito in concetti, in un sistema di idee saldamente articolate in unità. Ora, per negare che in Leopardi questo sistema si trovi, e nettamente cosciente, saldamente articolato, perseguitato nelle più minute e capillari applicazioni bisognerebbe essere cieco. È anche un ottimo indizio della schietta vocazione filosofica di Leopardi il fatto che al possesso di quel suo sistema egli pervenne giovanissimo, di colpo, e che, una volta pervenutovi, non lo abbandonò più. 

Qual'è il senso del pensiero di Leopardi? Questo: che per vivere felici bisogna vivere intensamente che per vivere intensamente bisogna sentire intensamente che per sentire intensamente bisogna intensamente agire che per agire intensamente bisogna illudersi, cioé credere a tante chimere e immaginazioni (onore, amore, dovere, patria, gloria ecc.) che la ragione dissipa e disperde che, dunque, la ragione è nemica dell'illusione, quindi dell'azione, quindi della vita intensa, quindi della felicità che l'antichità greca e romana fu più felice del tempo nostro perché pensò meno e agi di più perché s'illuse di più.
Il classicismo di Leopardi non è che la maschera sotto cui si nasconde il suo fondamentale romanticismo: Grecia e Roma, egli le ammirò per la stessa ragione per cui altri prima e dopo di lui ammiravano i barbari, i selvaggi, i primitivi, cioé come modelli di civiltà tutta fondata sull'azione e sull'illusione e non sulla ragione. Leopardi è discepolo di Rousseau: il suo classicismo come quello di Nietzsche, con cui ha tanti lati in comune è un aspetto di quest'anelito al primitivo, al barbarico, all'ingenuo che è al fondo dell'anima del nostro tempo. Intuizione fondamentale della vita pratica, dell'arte, della religione ammirabilmente articolata e coerente e lampeggiante di vedute originalissime, a cui solo oggi, forse, possiamo rendere pienamente giustizia, travolti come siamo da una evoluzione immane che scuote il mondo, così come Leopardi si aprì alla vita dello spirito che il mondo era da poco uscito da una grande convulsione storica.
Guardiamoci però bene dal fare di Leopardi un artista e un pragmatista avant la lettre. Leopardi sprona gli uomini a non raginare, a illudersi, ad agire, a sentire intensamente, a correre dietro le chimere dell'immaginazione, non perché egli attribuisca un qualunque, sia pur minimo, valore in sè alla vita, all'azione, alle illusioni, ma soltanto perché le immaginazioni e illusioni e azioni sono distrazioni, divertimenti (nel senso originario della parola) dalla fondamentale infelicità della vita. La vita dell'uomo è fondamentalmente infelice: questo principio è alla base del pensiero leopardiano. Infelice perché i piaceri che possiamo gustare sono sempre limitati, e la sete di piacere insita nell'animo nostro è, invece, infinita, illimitata. Ma agire e illudersi giova, per stordirsi dal senso di questa immedicabile infelicità, che sorge con violenza dal fondo dell'anima quando l'uomo non agisce, ma pensa e riflette. Leopardi guarda, sì, avanti a sè, a Nietzsche. Ma con una delle sue facce soltanto. Con l'altra, guarda indietro a sè, a Pascal.

***

Quale sarebbe l'atteggiamento di Leopardi verso la nostra attuale civiltà se egli potesse rinascere? La risposta non è difficile per chi conosca veramente a fondo il suo pensiero filosofico. E cominciamo da quella che si può dire la categoria centrale della nostra moderna civiltà occidentale: il lavoro.

L’ ideologia del lavoro, elaborata da un travaglio di pensiero che si proseguiva dal nostro Rinascimento (ne ho fatta la storia nel mio libro Homo Faber), si accingeva a spiccare il volo trionfale per tutto il mondo occidentale proprio negli anni nei quali Leopardi apriva gli occhi alla vita dello spirito. Erano gli anni in cui, favorita dalla pace succeduta alle guerre napoleoniche, la grande industria dall'Inghilterra sua culla cominciava a raggiare sul continente. L’ideologia del Progresso illimitato ne ricevette nuova vita, e con essa si affermò trionfalmente il mito del lavoro come forza demiurgica creatrice di una società più perfetta, più giusta, più felice, più ricca. Il lavoro apparve come vera destinazione, massimo dovere e suprema felicità concessa all'uomo.
La filosofia leopardiana del lavoro e dell'attività è svolta, fra i molti, in un luogo importantissimo dello Zibaldone. «Riconosciuta la impossibilità tanto dell'essere felice, quanto del lasciar mai di desiderarlo soprattutto, anzi unicamente; riconosciuta la necessaria tendenza della vita dell'anima ad un fine impossibile a conseguirsi; ... riconosciuto in ultimo che questa infelicità universale è tanto maggiore in ciascuna specie, individuo animale, quanto la detta tendenza è più sentita, resta che il sommo possibile della felicità, ossia il minor grado possibile d'infelicità, consiste nel minor modo possibile sentimento di detta tendenza». Perciò i selvaggi, i primitivi, gl'ignoranti sono più felici dell'uomo colto e civile. Ma avvenuto il cosiddetto progresso, sviluppatasi la civiltà, è impossibile tornare allo stato di natura. L’unico rimedio allora, per l'uomo colto e civile, è la distrazione. «Questa consiste nella maggior somma possibile di attività, di azione che occupi d riempia le sviluppate facoltà e la vita dell'anima. Per tal modo il sentimento della detta tendenza sarà o interrotto o quasi oscurato, confuso, coperta e soffocata la sua voce, eclissato. Il rimedio è ben lungi dall'equivalere allo stato primitivo, ma i suoi effetti sono il meglio che resti, lo stato che esso produce è il miglior possibile da che l'uomo è incivilito».
Da ciò deriva che, lungi dall'esservi contrario, Leopardi è favorevolissimo allo «spirito di energia che ora domina una gran parte di Europa, agli sforzi diretti a far progredire la civilizzazione, in modo da render la nazione e gli uomini sempre più attivi e più occupati». Coloro, dunque, i quali credono (e sono i più, anzi è opinione generale) che Leopardi, se vivesse, sarebbe sfavorevolissimo alla civiltà moderna del lavoro, dell'attività del movimento, della velocità, s'ingannano nel modo più completo e radicale. Leopardi sarebbe sfavorevolissimo come lo fu all'ideologia con cui la nostra civiltà giustifica a se stessa il suo incessante travaglio, ma questo travagliarsi e agitarsi e muoversi senza tregua egli lo vedrebbe di buonissimo occhio. Perché? Perché la civiltà Sconsiderata come aumentatrice di occupazione, di movimento, di vita reale, di azione, e somministratrice dei mezzi analoghi» è generatrice di attività, dunque di distrazione, di divertimento.

Meglio tutti, il lavoro manuale, che rovescia l'attività al di fuori, la indirizza verso oggetti ben definiti e limitati, la sminuzza e divide, e le impedisce di assurgere a piena e globale coscienza di sè, e per ciò mezzo del suo nulla e del suo vuoto, e così si conduce l'uomo ad una specie di stato di natura, il solo possibile per l'uomo civilizzato e colto. Il gran problema è che l'uomo non si annoi, perché è appunto attraverso la noia che l'uomo acquista coscienza della fondamentale infelicità alla quale è condannato, dovuta allo squilibrio tra la sua sete infinita di felicità e la finitezza dei piaceri che solo gli è concesso di gustare.

***

Siamo, come si vede, totalmente fuori delle visuali cristiane, ma siamo anche totalmente fuori dell'ideologia ottimista e progressiva dei moderni. Con logica perfetta verso le sue premesse, Leopardi finisce così per accettare e lodare la civiltà del lavoro, pur rifiutandosi di accettarne l'ideologia con cui essa si giustifica di fronte a se stessa.
Aggiungerò, per finire, che, se vivesse oggi, Leopardi vedrebbe di buonissimo occhio il corso che la vita pubblica ha preso dopo la guerra mondiale. Il dilagare dello sport, il vigoreggiare dello spirito agonistico, il ritorno alla natura, il culto della vita fisica e del corpo, il vigoreggiare delle passioni nazionali e politiche, ú rinato spirito di milizia e di guerra, la febbre delle nuove invenzioni e scoperte, il continuo crescere dell'interdipendenza dei popoli sì che la vita di uno vibra di tutto ciò che fa vibrare la vita degli altri, il declinare della religione in quanto forza che distoglie dal mondo e rivolge all'aldilà, in tutto ciò Leopardi vedrebbe con gioia un ritorno a quelle condizioni di vita di Grecia e Roma che egli vagheggiò sempre come le condizioni ideali di ogni società che abbia avuto la disgrazia d'incivilirsi. Condizioni ideali perché sono quelle in cui gli uomini pensano meno e vivono di più, e vivono di più perché agiscono di più, e agiscono di più perché s'illudono di più, e perciò si stordiscono e si distraggono di più dall'eterna immedicabile infelicità della vita.

Adriano Tilgher

 

 

Home  -  Riviste 2003 - Riviste 2002 - Riviste 2001 - Altre Riviste -  Su

On line copyright   2001/2005 by LuckyRoma