COSENZA
E PROVINCIA
FRA PRIMATI E ARRETRATEZZE
Mito e realtà, paesaggi incantevoli e così diversi,
una terra fertile che potrebbe diventare la piccola California del
Mezzogiorno d'Italia.
Al di là delle biografie così opposte bisogna
considerare che lo sguardo del visitatore, ancora oggi,
indugia sugli stessi colori
di ieri, sulle montagne che si somigliano, sulla nostalgia che non
svanisce, di quello che poteva essere e non è stato; sulla politica, di
ieri e di oggi, che ripete errori e orrori e sulla gente che continua a
sperare in un miracolo di San Francesco da Paola. Quattro fattori su cui
dovrebbe giocarsi il futuro di Cosenza, città antica e calda, cresciuta
disordinatamente, che emana la sostanza stessa dei suoi fiumi pigri
nell'attesa, di voli e suoni di uccelli, dove l'auspicio di una vita
migliore muore come i sogni che muoiono all'alba. Ma i ricordi
sopravvivono e il nuovo "resta" nascosto dalle montagne della
Sila e del Pollino, dalle coste stupende dei suoi mari; nella solitudine
dei suoi abitanti e del tempo che passa veloce sopra un contesto generale
privo di ogni laboratorio culturale, nel quale, piccole industrie, a
carattere prevalentemente familiare, stentano per il necessario, umiliate
dalla prosperità del Nord e dalla stampa locale che non riesce a creare
una conoscenza collettiva e neanche a determinare l'impulso e
l'innovazione verso una crescita economica.
E così, fra morti
ammazzati, morti naturali e partenze di
bastimenti per terre assai lontane i paesi si svuotano e i bambini,
capitale umano e forza lavoro, durante lo scorrere degli anni diventano
sempre più rari, perché anche l'amore è diventato qui un prodotto della
disattenzione generale e della moda dell'usa e getta; e i valori della
democrazia solo potere di discussione e non simboli di unità e di
convivenza civile.
Cosenza, come Catanzaro, Vibo
Valentia, Crotone e Reggio Calabria - è bene scriverlo - insieme alle
rispettive province, sono realtà dove tutto è eccessivo: distanze,
ambizioni, amori e rancori. Un complesso di caratteri e di rapporti
distintivi nel quale si vive tuttora tra ricchezze e miserie e dove il
potere si esercita senza infamia e senza lode, proprio per questa
estraneità ai problemi della regione, delle province, delle città e dei
paesi. Una dispersione di risorse, che aumenta la profonda dissimmetria
esistente fra Nord e Sud, fra due società: quella del Nord che rivendica
alti tassi di sviluppo e un progressivo benessere e un Sud ripiegato su se
stesso ad aspettare l'intervento dello Stato.
Per
dotare Cosenza e la sua provincia di risorse, strumenti e capitale,
occorre una nuova politica di entità e qualità appropriate ad un sistema
di riordino delle strutture esistenti e finalizzate alla creazione di
altre, alla valorizzazione del suo patrimonio artistico-culturale, del suo
meraviglioso litorale creando alberghi; delle sue belle campagne, da
sfruttare meglio; combattere l'individualismo per consentire la
realizzazione di piccole e medie industrie a beneficio dell'interesse
comune e dell'occupazione.
Cosenza, porta della
Calabria, è una città che ha dato in tutti i tempi un apporto di alta
cultura e di alta spiritualità all'Italia, che pochi conoscono. Basta
ricordare Giovanni Paolo Parisio, detto il Parrasio, umanista celebre, il
quale insegnò lettere a Roma, Padova, Vicenza, Venezia, Milano,
contribuendo efficacemente, col suo insegnamento, al rinnovamento degli
studi giuridici. Fondatore dell'Accadernia Cosentina vivaio di uomini
insigni, al di sopra di tutti, Bernardino Telesio, chiamato da Bacone il
primo degli uomini moderni, la cui opera De
rerum natura iuxita propria principio volse le menti all'umanesimo.
Opera, che pur stabilendo una netta separazione tra fede e ragione,
sostiene l'accettabilità sic et
simpliciter della Rivelazione e non esclude che nella natura si
intraveda il riflesso di un essere superiore.
Nei riguardi etici, la cui
summa, dei principi sulla morale eroica del sacrificio, in netto confronto
con la teoria utilitaristica, esercitò notevole influenza su Tommaso
Campanella, il filosofo di Stilo (CZ), e sul pensiero filosofico
posteriore.
Terra di tristi e dolorosi
periodi di servaggio straniero e di decadimento economico, Cosenza e la
sua provincia ebbero dai Normanni, dagli Svevi e segnatamente da Federico
II una lunga fase di vita ordinata e florida che ne favorì gli scambi,
l'agricoltura e le industrie artigianali.
Delle dominazioni, delle
alluvioni e dei terremoti, che l'hanno più volte distrutta, restano solo
vestigia disseminate un po' in tutto il suo vasto territorio, ma della sua
stagione migliore solo un ricordo lontano e perduto, un'aspra dolcezza,
una storia sofferta e intricata. Se chiedete ai cosentini dove sia l'anima
dell'economia di un tempo della loro città, con ogni probabilità il 70%
vi risponderà che sta nell'impiego statale o nell'emigrare al Nord,
correndo con il pensiero alle discoteche, su cui, oggi, città e paesi
hanno fondato le proprie illusorie fortune.
I tempi, è vero, sono cambiati, che a loro non
importa niente delle radici: di Cosenza aggrappata al colle Pancrazio e
adagiata entro una cornice di alture, di medie proporzioni, nella valle
del Crati, che nel 410 sotto le sue mura mori Alarico, re dei Visigoti,
sepolto, secondo una tradizione, coi suoi tesori nel letto del fiume
Busento; che la provincia occupa la parte più settentrionale della
Calabria ed è la più estesa delle quattro consorelle; che Cosenza ed il
suo esteso territorio siano un concentrato di storia e di natura sullo
sfondo di due mari, il Tirreno e lo Jonio, e che ha altro da offrire a chi
voglia conoscerla e amarla; percorrere le sue strade alla ricerca di
valori perduti altrove: la severità della fede religiosa, la tenacia dei
loro padri migliori e il loro attaccamento al lavoro, tra fantasia
creatrice e senso della famiglia e del costume, ovunque abbiano operato.
Anche i nomi dei paesi hanno un che di poesia nella
luminosità tipica e dorata del Tirreno e dello Jonio: da Diamante a
Belvedere, da Amantea a Cetraro, da Rossano a San Giovanni in Fiore, da
Paola a San Marco Argentano a Sibari. E così i colli ridenti di ulivi; le
pianure colorate di verdi vigneti e di prati da pascolo, di fichi, di orti
tinti del rosso dei pomodori, di cedri delicati e aulenti; di alteri monti
di querceti, di pini odoranti delle essenze del vicino Pollino che si
eleva a 1800 metri di quota e del Botte Donato che raggiunge i 2000.
Un piccolo mondo, quello della Calabria, vero e non
ancora del tutto perduto, calato nella cultura e nell'arte, da ridisegnare
nella sua identità espressiva e nel suo ruolo, che con 780 chilometri di
costa e 450 mila ettari di foreste pongono la regione tra le prime quattro
d'Italia.
Una terra, Cosenza e la sua provincia, da conoscere e
ammirare ma soprattutto da respirarla, senza fretta, nei suoi limpidi mari
dai colori dell'arcobaleno, nelle spiagge solitarie di frivolezza
spiritosa, di colorita eleganza e di attività ricreative; nella magia
della Sila Grande e ricca di rigogliose pinete; sul monte Botte Donato,
rivestito da faggi, che sembra galleggiare su un mare di ridenti colline;
nel suo clima meravigliosamente mediterraneo. Ma soprattutto da gustare
nella sua produzione artigianale dei suoi pregiati salumi, fichi
imbottiti, olio vergine, vini, dolci e nelle sue dimensioni di vita ancora
autentica. Un variegare di itinerari che ti invitano a scoprire i suoi
borghi dimenticati, i mistici luoghi dello spirito nascosti in angoli
austeri, che spandono serenità, vita, forza, tra panorami fascinosi,
splendori e bellezze incontaminate, tradizioni di feste legate a riti
paesani e folkloristici. Scopo di questo reportage è quello di
ripercorrere la storia dell'economia di Cosenza e della sua provincia,
attraverso documenti dell'archivio della Camera di Commercio Industria
Agricoltura Artigianato, che possono far luce sulla sofferta storia dei
primati e dell'arretratezza di questo capoluogo, un tempo l'Atene
d'Italia, e dei centri che le fanno degna corona e capire se aristocrazia,
borghesia e lavoratori di ogni genere e, soprattutto, politici, sono
decisi ad allinearsi alle città ed ai paesi del nord Italia ed europei,
quindi, a fronteggiare le sfide economiche del 2000. Ma per realizzare
questo sogno possibile occorre che ogni categoria ritrovi la grande anima
comune, partendo proprio dal cuore antico con la voglia ardente di ridare
a Cosenza la sua predisposizione di porta della Calabria commerciale e
delle industrie terziarie e tecnologiche diversificate, per lo
sfruttamento in loco dei suoi prodotti limitatamente ai settori, agricolo,
caseario e della lavorazione della carne suina insaccata. Ma, anzitutto,
occorre sviluppare le potenzialità turistiche che Cosenza ha e che
possono giocare un ruolo di primissimo ordine nella crescita dei servizi e
delle imprese a sollecitare investimenti in casa e all'estero. Troppo
facile sarebbe scrivere sulle cause del già vissuto, cioè dei passato
che agli uomini non è dato rivivere. Eppure nel suo ombelico di corso
Telesio, lastricato di pietre secolari, c'è l'alfa e l'omega della sua
storia verso il niente o meglio verso il penultimo tram perduto. Una
testimonianza fuori da ogni luogo comune, che citiamo per il rapporto
speciale che ci lega alla capitale del Bruttium. Basta col piangere sul
latte versato o sulle occasioni mancate. Bisogna rimboccarsi le maniche e
affrontare la situazione con coraggio, determinazione e progetti seri per
creare un felice rapporto tra l'uomo e la natura di una terra, a torto, definita ingrata in un mare di verde e di libertà.
Italicus