VIRGILIO E LA CALABRIA
di
Giuseppe Casalinuovo
Ora
non più. Ma ci fu un tempo in cui io, tornando da lontano al bacco
materno, benedetto da questo, andavo lungamente, in solitudine, per le mie
belle e feconde campagne. Erano le sottili pasquali giornate di primavera,
tutte olezzo e color di viola nel cielo e pei margini o pure le lunghe grandi giornate estive,
tutte frullo d'ale e cantar di cicale; o pure le più brevi tenere
giornate d'autunno, tutte ricolme di frutta e di melanconia.
Poiché brevi erano i miei ritorni primaverili, non
mi allontanavo di molto dalla mia vecchia casa, ove assai dolce era il
cinguettar delle sorelle e dei miei fratelli minori. Cercavo, vicino,
primule e mammole lungo i sentieri che allora s'eran vestiti di verde;
seguivo il corso dei torrentelli che soleano e lambiscono il mio borgo
nativo, canori per l'acqua e per lo sciabordare delle lavandaie; sostavo
in un prossimo vario piccolo podere paterno, ove tra la vigna che
ingannava e il campo verde del grano e quello azzurro del lino, all'ombra
di poche ombrelle di aranci, le arnie di sughero mandavano in giro,
ronzando, le prime api a cogliere il miele soave. Ma, di estate e di
autunno, libero in vacanza, andavo più oltre e più su. Per ore e per
ore. Per giornate intere, alle volte salivo fin sulla montagna, coronata
di faggi come da una criniera scomposta; sostavo scendendo, tra gli
intercolunnii verde e oro dei castagni; riprendevo il cammino ed erravo
per la valle, tutta mutevoli canzoni di acque e di canneti. Oh, in cima,
quante pecore disperse e quante rustiche armonie di zampogne; e, più giù,
quante giovenche candide e serene, quali accosciate nel verde, quali
rimugginanti erbe fresche tra le spine; e poi, più giù, sui dorsali e
sulle terrazze digradanti dei colli, e più ancora nel piano, a gruppi,
ciurme, soli, i miei buoni campagnoli abbronzati e le mie belle
campagnole, candide nel candore della camicia e della pezzuola, tutti
intenti, senza sosta, tra luccicar di falci e di zappe, tra canestri e
tinelli, alla più diversa e sempre lieta fatica!
Erano, quelli, i tempi in cui da poco, a
scuola, avevo imparato a conoscere Virgilio, e più, fuor della scuola,
avevo intrapreso a conoscere la sua poesia divina. E sapevo che Virgilio
era nato a Pietole, forse in un solco, quasi duemila anni prima, e avea
per lungo errato per le sue belle campagne mantovane. Ma, non so perché,
quando io erravo per le mie native campagne, e già tutto era pieno il mio
spirito delle sue bucoliche e delle sue georgiche, e pieni erano i miei
occhi della sua alta e semplice figura campagnola, io, non so perché,
rinnegavo la lezione della scuola e della storia, e non credevo che
Virgilio fosse nato a Pietole. Già le mie conoscenze di quei tempi mi
disegnavano nel pensiero una pianura montana ben diversa da quella cantata
da Virgilio. E più non vedevo il vecchio aratro solcare la sua terra, e
non più la vecchia falce lunata mietere le sue messi. Qua, invece ed
ancora, l'aratro primitivo e la falce! Tutto, a torno al corso del Mincio,
vedevo tramutato, tra stridor di macchine e a fumar di comignoli; tutto
qua ancora era, ed ancora è, come nei tempi dei tempi! E nostro mi pareva
Virgilio, nato in un nostro solco, cresciuto nelle nostre campagne, pieno
della nostra semplicità, sonoro delle nostre armonie, e solo sapiente
della nostra antica sapienza campagnola. E la sua immagine ieratica, che
anche nei cutumi avea qualche cosa di nostro, mi appariva e mi riappariva,
giganteggiando, come emersa dalla nostra terra!
Lessi più tardi, che quella squisita
classica anima di poeta che fu il nostro Luigi Siciliani, sempre caro nel
ricordo "non avea mai sentito così bene la poesia campestre di
Virgilio, come rileggendola qua e là nella valle padana tra il piano e le
Alpi, lungo i suoi fiumi e i suoi laghi, presso le piante che egli
ricorda"'. Ma io, adolescente, la valle padana me la fingevo già in
quella conca verde e meravigliosa, tutta ruscelli sonanti e tutta clivi
fecondi, della mia piccola valle sanvitese, chiusa e conchiusa tra le due
enormi spalliere della Serra Rossa e del Sardo Antonino; e in essa, a
volte, sdraiato presso un canneto, al murmure del Gangemi, o, più in
alto, sotto una quercia, riflessa dall'acqua precipita dello Scarzone,
rileggendo ad alta voce l'Eneide e le georgiche e le bucoliche. E cercando
in queste, o mi fingevo in queste, i segni vivi della mia campagna e della
nostra terra; e in quella cercavo qualcosa che fosse davvero nostra; più
piccola, ma nostra. Ben sapevo, come scrisse Francesco Fiorentino che, in
quell'immenso poema, è "Virgilio cantore delle origini di Roma,
raccoglitore e custode delle tradizioni italiche dalle mura di Alba, e dai
primi figli del vecchio Tevere, fino alle speranze del Giovinetto Marcello
troncate a mezzo da morte immatura; ma sapevo pur anco che era quello il
poema della nostra più grande e più lontana epopea nazionale, e mi parea
logico e naturale che in esso avesse dovuto trovarsi un po' della nostra
Calabria, sempre prima e mai ultima nelle glorie vecchie e nuove d'Italia.
E cercavo, e trovavo, e
leggevo (Aen., lib. III, vv. 163-166):
Esi locus,'Hesperiam Grai
cognomine dicunt,
terra antiqua, potens armis atque ubere glaebae;
Oenotri coluere viri, nunefama minores
Italian dixisse ducis de nomine gentem
Oh la mia terra! Ecco la
nostra terra antica, nell'eterno poema! Ed eccola, l'or negletta Calabria,
potente d'armi e di feconda gleba (potens armis atque ubere glaebas) ed
ecco essa, sì piccola e sì lontana, già chiamata Enotria ed Esperia,
matrice, se pure obliata nei secoli e pei secoli, del grande nome
d'Italia!
E sfogliavo ancora e cercavo ancora, e
leggevo. Pur nel consiglio ad Enea di andare oltre, non per noi, ma per i
greci perversi che avean preso possesso lungo il Jonio delle nostre rocche
più avanzate, ecco ancora, e con Gerace (Locri) e con Strangili (Petelia),
la terra di Calabria nel poema (ib. vv. 396-402):
Has autem terras Italique hanc litoris
oram,
proxima quae nostri perfunditur aequaris aestu,
effuge: cuncta malis habitantur moenia Grais.
Hic et Narycii posuerunt moenia Locri
et Sallentinos absedit milite campos
Lyctius Idoneneus, hic illa ducis Meliboei
parva Philoctetae subnixapetelia muro
Ed ecco ancora, di fronte
alla mia stessa valle, la grande insenatura del Jonio, e in essa Caulonia,
e Squillace vicinissima, e Crotone col tempio di Giunone Lacinia, del
quale ancora, sola e superba, una colonna s'eleva come a guardia del golfo
e delle memorie lontane (ib., vv. 552-553):
... attollit se diva
Lacinia contra
Caulonisque arces et navifragum Scylaceum
Ed ecco, navigando con Enea, portato dal
canto virgiliano, ecco lo stretto di Messina, e il taglio violento che
staccò la Sicilia dal continente (ib., vv. 414-420):
Hacc loca vi quondam et vasta convulsa ruina
(tantum aevi longiqua valet mutare vetustas)
dissiluisseferunt, com protinus utraque tellus
una foret,- venit medio vi pontus et undis
Hesperium Siculo latu abseidit arvaque et urbes
litore diductas angusto interluit aestu
Ed ecco, subito dopo (e chi
sa che il primo gen-ne dello Xiphias del Vitrioli non debba proprio
ricercarsi in questi versi!), eccoci tra Scilla e Cariddi, in un movimento
di ritmi e d'immagini semplicemente stupendo (ib., vv. 420-428):
Dextrum Scylla latus, laevum implacata
Charybdis
obsidet atque imo barathri ter gurgite vastas
Sorbet in abruptum fluctus rurusque sub auras
erigit alternos et sidera verberat unda.
At Scyllam caecis cohibent spelunca latebris
ora exsertantem et naves in saxa trahentem.
Prima hominisfacies etpulchropectore urgo
pube tenus, postrema immani corporepistrix
delphinum caudas utero commissa luporum.
Ecco, eccola viva e superata la nostra
Calabria, in cerca dei suoi luoghi più divini - dove, a dir del Pascoli,
se è quasi distrutta la storia, resta la poesia - e in una delle sue
leggende più belle.
Certo non ha, l'acqua sinistra dello stretto,
descrizione più meravigliosa e più alta - alta e meravigliosa come la
sua onda che si eleva al cielo e sferza le stelle: erigiti alternas et
sidera verberat unda!
E risalendo, ancora
risalendo dalla punta azzurra di Scilla nelle ombre cupe e maestose della
Sila, ecco, verso la fine del poema, in uno dei suoi più grandiosi
episodi, la nostra secolare foresta e i nostri tori superbi, e le nostre
dolci giovenche, e i nostri primitivi pastori (Lib. XII, vv. 715-223):
ac velut ingenti Sila summove Taburno
cum duo conversis inimica in proelia tauri
frontibus incurrunt (pavidi cessere magistri,
stat pecus omne metu mutum mussantque invecae,
quis nemori imperitet, quem tota armenta sequantur;
illi inter sese multa vi vulnera miscent
cornuaque abnixi infigunt et sanguine largo
colla armosque lavant,- gemitu nemus ombe remugit:
non aliter Tros Aeneas et Daunius heros
concurrunt clipeis, ingensfragor aethera completa.
E nel leggere, la mia voce adolescente si
confondeva col murmure delle acque e delle fronde, e l'ombra di Virgilio
giganteggiava sui culrnini di fronte, alta, nell'azzurrità del
cielo,
come quella di un Nume nostro.
Quando, più tardi, i miei
studi vagabondi mi han di sovente ripiegato a cercare tra le vecchie carte
la fatica inesausta del pensiero di Calabria, e mi è stato dato di vedere
quanto di questo pensiero si sia, in mille forme, avvicinato alla grande
poesia virgiliana, grata mi è tornata alla mente quella dolce lontana
finzione della mia adolescenza chè, per trovar tanta gente nostra
compresa di quella poesia divina, ci deve essere tra essa e noi un più
forte legame che non sia solo quello della ammirazione per il Poeta. Ci
deve essere qualcosa di più: una comunanza d'anima e d'ambiente.
Ed è, in vero, un'anima virgiliana, ancora
non corrosa dalla civiltà creatrice e devastatrice, l'anima calabrese; e
tutto è ambiente Virgiliano, non ancora invaso dal rombo fumante e
stridente delle macchine, quello che ancora in Calabria proteggono il
Pollino e l'Aspromonte e divinamente s'inquadra tra il Jonio e il Tirreno.
Da ciò, con perenne ispirazione latina, e sopra tutto Virgiliana, il
perenne fiorire e rifiorire in Calabria della poesia latina, che già
raggiunge la perfezione con Antonio Telesio - che tocca le vette più alte
della classica bellezza con Diego Vitrioli, al quale, come ricorda
Giovanni Pascoli, piaceva dire di essere già un tempo vissuto tra
Cicerone e Virgilio", e che oggi si rinnova e si veste di nuove
fronde con Francesco Sofia Alessio" e con Giuseppe Morabito,
giovanissimo".
Ma non è tutto. Studi
Virgiliani veri e propri sono fioriti in tutti i tempi, e lavoro non
indegno e non inutile sarebbe quello da fare - con compiutezza e con acume
da chi avesse tempo e attitudine - questa paziente e sapiente ricerca. A
me basta, in via di esemplificazione, mettere il fatto in rilievo.
Fin dal 400, troviamo in Calabria, Aulo GianoParrasio, il celebre cosentino fondatore di quella famosa Accademia
che ancora è lustro della Calabria (1470-1521), che commenta in dotto
latino alcuni brani delle opere di Virgilio che si leggono fra le sue
Excerptae Carminum diversorum expasitiones". Nel 500 è Fra Tommaso
Campanella, in cui la forte ed audace speculazione filosofica si congiunge
alla più profonda e gentile arte poetica, che nelle sue lettere si occupa
largamente di Virgilio", che chiama "probqtissimus scriptor"
e afferma che "Virgilius et Dantes Homerum obscurarunt", e in
una sua poesia dal sonoro esametro Virgiliano usa le stesse parole di
Virgilio". E nel secolo successivo è Gian Vincenzo Gravina che,
occupandosi di Virgilio, scrive che "La Eneide è un nobile incesto
dell'Odissea e dell'Iliade, e lo stile del poema è pari alla maestà del
romano imperio", che nella georgica "non s'incontra verso che
non muova a meraviglia, sì per la tessitura varia e ariosa, sì per la
soavità dei numeri, sì per la vaghezza e pompa della dicitura" e
che in Virgilio "ebbe l'ultima perfezione la latina
poesia"".
Ma non è tutta nei grandi
nomi la letteratura Virgiliana calabrese. Sulla fine del secolo XVIII, è
un monaco cosentino Michele Greco (1753-1828) che scrive degli esercizi
che si conservano inediti e si dicono di grande pregio, su l'egloga; ed è
un catanzarese Carlo Bilotti da Carlopoli (m. nel 1928), che, tra l'altro,
scrive un pregevolissimo comento, pur esso inedito, su l'Eneide.
Maggiori
notizie, o migliori vestigie, abbiamo degli studi Virgiliani in Calabria
nel secolo XIX. Alessandro Marini di
Cesare da S. Demetrio
Corone che scrive su i "Commenti all'Egloghe di B. Virgilio
Marone dell'Abate Mirabelli";
è Carlo Pancaro da Acri (1819-1891) che scrive su "Le Bucoliche
di Virgilio tradotte da Giuseppe
Capone è Ferdinando
Balsamo (1826-1869), letterato coltissimo di Rogiano Gravina, che
lascia inedita una lettera esegetica su Virgilio22; è Raffaello
Cardamone da Parenti (1844) che traduce e studia il Laocontell; è il grande patriota calabrese Eugenio De Riso che pubblica una "Escursione con Omero,Virgilio
ed altri autori nella baia di Napoli e dintomi" - frammenti di
letture recitate in inglese a Londra, ove fu lungamente in esilio, e da
lui stesso tradotte in italiano". E, più tardi, è un altro
catanzarese, Vincenzo Vivaldi, che pubblica, giovanissimo, uno studio su
"Il Laocoonte di Virgilio nella traduzione dei Caro ed in quella del
Leopgrdi "21; e poi è Giuseppe Morano da Monterosso che si occupa di
"P. Virgilio Marone e del secondo triumvirato"21 e di "P.
Virgilio Marone e l'Impero"; è Luca laconianni da Rogiano
Gravina che studia "Il Caronte di Dante paragonato col Caronte di
Pirgilio "'; è Demetrio De Grazia da San Demetrio Corone che compone
"lo schema dei quattro
poemi di Dante Omero e Virgilio
ed uno "Studio sulle similitudini" degli stessi
poemi"; è Davide
De Seta da Acquappesa che s'intrattiene di Virgilio e di Dante".
Questo fervore di studi
Virgiliani in Calabria si riflette pur anco nelle opere di traduzione.
Nel secolo XVIII le
Bucoliche furori tradotte in versi rimasti inediti" da
Gaetano Algaria da Cassano (1769-1842); da Pietro Camardella, pure da
Cassano, che nel 1844 pubblicò a Napoli una traduzione polimetrica;
dal geracese Carlo Migliaccio" e da Michele
Capalbo da Acri (1794-1856), che tradusse pure in versi sciolti il
libro 111 delle Georgiche" e una
traduzione delle prime tre egloghe pubblicò nel 1874 Luigi Furnari".
Il bellissimo IV libro dell'Eneide è stato tradotto dal cosentino Sertorio
Quattromani" e dal reggino Antonio
Giuffrè junior (1 841-190 1), che riscosse le lodi del Vitrioli, del
Riepi e di altri insigni latinisti"; dallo stesso libro ha tratto "il
tragico episodio " di Didone Luigi De Biase da Castrovillari"; nelle
postume recenti opere di Vincenzo
Ammirà troviamo una traduzione della seconda egloga@l, tnentre è
certo che lo stesso Anunirà tradusse anche l'Eneide, riscuotendo le lodi
del De Sanctis@l; e ci fu in mezzo a noi un ragazzo tredicenne, squisito
poeta morto troppo presto, AlConso
Azzinnàri da Acri (1 847-1866), che tradusse tutte
l'egloghe".
Ma ciò che più commuove
l'anima nostra di Calabresi - poichè è maggior prova della nostra
aderenza spirituale alla poesia di Virgilio è la traduzione in vernacolo
delle sue opere.- della
quale traduzione se pur noi non sappiamo, alcun esemplare o alcun
manoscritto non si conservi, c'è certa notizia.
Fin dal 1640 Francesco
Bernaudo, ritenuto cosentino dallo Spiriti e dal D'afflitto -
pubblicò in versi dialettali calabresi una traduzione del IV libro
dell'Eneide'11; tutta l'Eneide, forse satireggiando, tradusse pure in
vernacolo, nella seconda metà del secolo XVIII, Luca
Antonio Folino da Scigliano'; e pure in vernacolo furori poi tradotte
tutte quante le opere di Virgilio da Giuseppe
Gerbasi, cosentino del XVIII secolo".
E per concludere, sia pure
sotto altro profilo, questa rassegna (che necessariamente, ha solo
carattere enunciativo) ricordiamo che, quando anni or sono, le nazioni
neo-latine vollero celebrare a Parigi la gloria imperitura di Virgilio,
l'Italia ed il Governo d'Italia e il popolo d'Italia furono rappresentati
da un calabrese, Luigi Siciliani - allora sottosegretario di Stato per le
Belle Arti al Ministero della P.I. che pronunziò in francese, alla
Sorbona, fta la commossa ammirazione della grande assemblea internazionale
il più ardente e più profondo e più elevato discorso che fu pronunziato
per la circostanza.
Ora che mia madre è morta e mio padre è
morto, e un'altra casa mi son creata lontano, non vado più a perderini
come un tempo nel verde delle mie campagne, per sentire il ronzio delle
api, il frusciar dei canneti, il murmure delle acque e la cantilena delle
zampogne, che tanto intensamente han fatto sentire alla mia adolescenza la
poesia Virgiliana. Ma quando, a volte, passo correndo per le strade
bianche che intersecano come strisce di tela la mia valle feconda io
riguardo con viva commozione (oh ricordi, ricordi!) il grano, i colli e le
montagne, e ancora rivedo, ritornando da lontano col cuore e con gli anni,
la semplice figura campagnola di Virgilio, avvolta nel manto largo e
calzata di cuturni, alta e serena nell'azzurrità del cielo, come quella
di un Nume nostro...
Giuseppe Casalinuovo