MISTERI DEL NATALE
Tutti
coloro, e son migliaia di migliaia, che parlarono dell'inaudito Mistero di
Betlemme -la nascita dei Figlio di Dio sulla terra- non si allontanarono
quasi mai dall'umile scena di quella natività che divise in due la storia
del mondo, se non per spaziare nei cieli astratti della metafisica e della
teologia. Ho sempre pensato, per conto mio, che un avvenimento così fuor
del comune, anzi unico, dovette avere qualche riflesso o segno o risonanza
anche nella vita umana e terrestre di quella divina notte. Credo di aver
trovato quel che cercavo. E perciò, in questa mia commemorazione del
Natale, non figureranno - e sarà forse la prima volta - né gli angeli né
i pastori né il bove né l'asino.
Cristo non è nato, come il volgo crede, nel primo anno dell'Era
Volgare che da Lui si denomina ma qualche anno prima, e qua si certamente
nel 5 a.C. perché Erode, come sappiamo dai Vangeli, era ancora vivo
quando Maria partorì ed Erode venne a morte a Gerico pochi giorni prima
della Pasqua del 4 a.C. Se il crudele Idumeo ebbe il tempo di fare quel
che fece, è certo che Gesù dev'esser nato nel dicembre del 5.
Ora, proprio alla fine di quest'anno accadde a Roma, un fatto
straordinario e significativo che non ha attirato fin qui l'attenzione
degli storici. Da testi contemporanei - riferiti dal famoso Mommsen nel
suo volume Res Gestas Divi Augusti (III, 15)- sappiamo che l'imperatore proprio
in quell'anno, fece un eccezionale elemosina ai poveri di Roma: sessanta
denari a testa a ben 320.000 plebei. Di altre elargizioni imperiali
abbiamo notizia, prima e dopo di questa, ma nessuna fu mai così generosa
e destinata a una così grande moltitudine. Si noti che il denarius di allora avrebbe oggi, in moneta nostra, il valore di
circa 130 lire. A ogni povero furori date, dunque, 7800 lire. La
distribuzione di questa elemosina costò ad Augusto circa due miliardi e
mezzo delle nostre lire: una somma enorme, in tempi di prosperità.
Per quali ragioni Augusto fu indotto a questa gigantesca opera di carità?
Non vi furono in quell'anno 5, né vittorie né trionfi né avvenimenti
tali da giustificare una tanto cospicua e larga generosità. Mai più
l'imperatore, che doveva regnare ancora diciannove anni, dette prova d'una
simile liberalità e quasi prodigalità a favore dei bisognosi.
Questa concomitanza di fatti unici -la nascita di un Dio, la smisurata
elemosina di un padrone del mondo - è un mistero degno d'esser mediato.
Ebbe forse Augusto il confuso presentimento, l'oscuro sentore, che un
evento decisivo benché a lui ignoto si stava compiendo in uno dei regni
che dipendevano dalla sua autorità? Il fondatore dell'impero volle, per
subitanea ispirazione venuta dall'alto, festeggiare, con quella inaudita
pioggia di milioni, l'apparizione del fondatore della Chiesa? Il mistero
non è disoccultabile ma resta il ricordo infrangibile della storia.
Mentre nasceva, nella povertà, Colui che sarebbe stato il glorificatore
dei Poveri, in quella stessa Roma che avrebbe visto come primo pontefice
il povero Pescatore, il più potente principe della terra sentì l'impulso
di pensare ai Poveri, di soccorrere con i suoi denari centinaia di
migliaia di Poveri.
Ma non è questo il solo mistero. Fuori di Roma, in Giudea e sul mare, due
misteriosi fatti accompagnarono, la nascita del Figlio dell'Uomo. Il primo
fatto è narrato da una fonte cristiana: il secondo si trova in un testo
pagano, del tutto indipendente. Nessuno ha notato la simbolica concordanza
di questi due prodigiosi avvenimenti.
Nel Protoevangelo di Jacopo ch'è
forse il più bello degli Evangeli Apocrifi sull'Infanzia di Gesù- lo
stesso sposo di Maria, Giuseppe, descrive un meraviglioso spettacolo.
Mentre Gesù stava per venire alla luce tutte le creature ad un tratto, si
fermarono. Gli uccelli erano immobili nell'aria; chi aveva la mano nella
scodella non portava più il cibo alla bocca; il pastore che aveva alzato
il bastone per incalzare le pecore rimase col braccio fermo in aria; i
capretti che bevevano al fiume stavano con le bocche aperte ma immote
sull'acqua e la stessa corrente più non correva. Pareva che il mondo
intero, nell'ansia di quell'evento prossimo e solenne, si fosse,
impietrito ad un tratto nell'attonimento dell'attesa. L'apparizione di Dio
sulla terra era un così stupendo e unico prodigio che tutti gli esseri
avevano interrotto ogni loro atto e movimento. Faust, in quel momento,
avrebbe detto: «Attimo, arrestati: sei bello!».
Il diligente Plutarco, dal canto suo, riferisce un altro egualmente
mistero significativo.
Nel suo Trattato sulla cessazione
degli oracoli egli racconta che i passeggeri d'una nave che viaggiava
verso l'Italia, giunti presso l'Isola di Paxos, udirono per tre volte, nel
silenzio della notte, una voce lontana che gridava: Il Gran Pari è morto.
I cristiani che conobbero questa storia, come Eusebio, compresero subito
che quel soprannaturale annunzio notturno si riferiva a Cristo, ma
pensarono ingenuamente che la voce si facesse udire nella notte della
crocifissione e che annunciasse la morte del Redentore. Ma se questa voce,
io credo, annunziava non già la
morte di Gesù ma di tutte le
divinità pagane, racchiuse nel nome collettivo di Gran Pari, e questa
morte era assegnata dal principio dell'Incarnazione del vero Dio, cioè
dalla nascita del Figlio di Maria nella grotta di Betlemme. La notte di
Natale fu, sia dal punto di vista teologico che da quello storico, la
morte del Paganesimo che consisteva essenzialmente nell'adorazione della
Natura, del tutto, cioè del Gran Pari.
I due portenti non sono identici, ma v'è tra essi una segreta relazione.
La vita degli uomini, degli animali, degli elementi, secondo il Protovangelo
di Jacopo, in quella grande ora è sospesa, si ferma come se tutto
morisse. Cominciava, con la nascita di Betlemme, un'età nuova nel mondo
ed era necessaria una sosta, una pausa che segnasse quel distacco. Ma quel
che veramente moriva era l'antica religione fondata appunto sul culto
delle parvenze naturali e materiali.
Quell'improvvisa immobilità era coni eil simbolo d'una paralisi
universale: il tutto riprenderà il suo corso, ma era morto, in
quell'attimo, il credo ed il culto naturalistico dei pagani, era morto il
vecchio Pantheon, era morto, insomma il Gran Pari.
Il racconto di Giuseppe nel Protovangelo
e il racconto di Plutarco, benché tanto diversi, confluiscono a una
medesima verità: l'inizio di un'epoca nuova, quella dischiusa, appunto,
dalla nascita di Gesù.
di Giovanni Papini