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Articolo tratto dalla rivista n. 5-6 Anno 137 Maggio-Giugno 2001 (pag. 26)

  SOS PLANETARIO LINGUE IN PERICOLO

di Benito Mincio

Ha fatto il giro del mondo, or è poco, la notizia che a Santa Barbara in California, si aprivano gli stati generali per la salvaguardia delle lingue in via di estinzione. Gli studiosi ci dicono che nell'antichità le lingue parlate erano circa diecimila e che attualmente esse si sono ridotte a quasi seimilasettecento. Ogni anno ne scompaiono una sessantina; sicché alla fine del secolo appena aperto ne resteranno soltanto il dieci per cento.
Scompariranno per prime quelle parlate nelle zone tropicali, soppiantate da quelle europee, soprattutto dall'inglese.
Il convegno in parola é la battuta di avvio di un programma quinquennale, che impiegherà fondi per oltre quattro miliardi di lire e vedrà alleate la National Science Foundation del governo federale americano e tre fondazioni private.
Scendiamo ai particolari. Un po' più della metà degli abitanti della terra parla solo undici lingue come lingua madre: italiano, francese, inglese, tedesco, spagnolo, portoghese, russo, cinese, giapponese, hindi,  bengali. Oltre la metà delle altre lingue sono oggi parlate, ciascuna, da diecimila persone. Un trenta per cento delle restanti ha appena cento parlanti. Cinquanta lingue, infine, hanno addirittura un solo parlante per una: ci sono insomma nel mondo cinquanta individui che non possono parlare con nessuno, perché ognuno di loro é l'ultimo superstite del suo popolo. Ma perché il tema linguistico appassiona ed affascina talmente? da dove nasce la sua straordinaria importanza? Questo interesse proviene dal semplice fatto che, a differenza di tutti gli altri esseri viventi, l'uomo, parla. Ci sono molti animali che trasmettono messaggi vari con sibili, fischi, muggiti, urli d'ogni genere; ma solo l'uomo, in tutta la terra, pronunzia parole per comunicare, coi suoi simili. Solamente l'uomo, dunque, possiede un linguaggio.

Torna conto, perciò, tracciare una brevissima storia di questo inestimabile fenomeno.
E' fuor di dubbio che i suoni con cui si esprimevano gli uomini primitivi, saranno stati assai vicini a quelli con cui si esprimono tuttora gli animali. Con la fondamentale differenza che mentre ciascun animale ha il suo verso, per così dire, standardizzato, con tre o quattro varianti al massimo, per esprimere letizia, paura, brama d'amore, i primi uomini, invece, emettevano dei suoni onomatopeici, ispirati all'oggetto che volevano significare: il tuono; la pioggia, il barrito di un elefante, il ruggito di un leone. I suoni emessi dagli animali sono irriflessi, prodotti cioè istintivamente; quelli emessi dagli uomini delle caverne erano invece riflessi, in quanto interveniva una scelta intelligente.
Nacque così il linguaggio umano, fatto di monosillabi e completato da soffi, sospiri, aspirazioni, accorgimenti d'ogni genere, i quali avevano lo scopo di rendere, per quanto rozzamente, l'idea dello scorrere dell'acqua, dello spirare del vento, del rumore di un crollo, della presenza o del passaggio di un animale, della paura che qualche evento naturale incuteva, dell'irritazione, della rabbia, della minaccia. Quei primi elementi basilari saranno stati pressoché uguali in tutto il pianeta; ma, a poco a poco, avranno subito metamorfosi varie, secondo gli ambienti, i climi, le conformazioni fisiche dei parlanti. I monosillabi di un tempo divennero "radici", che esprimevano un'idea generale; dalle "radici", mediante l'aggiunta di "prefissi" (posti prima) e di "suffissi" (posti dopo), derivarono le parole vere e proprie, diverse da un luogo all'altro. C'è però da dire che la formazione delle parole non è stata ovunque di questo tipo, che è il tipo da cui si sono originate le lingue indo-europee. Ci sono lingue, come l'arabo ad esempio, che inseriscono "infissi" (posti in mezzo). E vi sono lingue che, per il verbo ad esempio, hanno forme diverse quando si afferma per conoscenza propria o, invece, per conoscenza indiretta, e ancora altre forme se si sospetta che avvenga l'azione espressa dal verbo, o addirittura se se ne dubita. Altre lingue, poi, incorporano nella forma verbale pronomi di possessore e di posseduto, usando forme diverse a seconda che il soggetto è un essere umano, un animale o un essere inanimato. A volte, forme differenti di un verbo esprimono un plurale di due, di tre, o più di tre soggetti. Nella lingua degli Hopi (Arizona e Nuovo Messico), il verbo si accorda anche con il numero degli oggetti, non solo con quello dei soggetti. E' come se catturare variasse, non solo in egli cattura ed essi catturano, ma variasse anche a seconda che la preda catturata fosse un animale, o due, o più di due.
Ebbene, tanta ricchezza linguistica rischia, per certi aspetti, di venire perduta. E' per ciò che, come dicevamo, linguisti e ingegneri informatici qualificati cercheranno in questi giorni, a Santa Barbara, di cominciare a far compenetrare creativamente le loro competenze. I due principali organizzatori, Martha Ratliff della Wayne University e Terence Langendoen dell'Università dell'Arizona, sono al lavoro. La diffusione capillare di Intenet e le immense risorse di calcolo disponibili offrono una opportunità senza precedenti. Qualcosa delle lingue in via di estinzione può effettivamente venire salvato.
Ma come potranno venire salvate quelle cinquanta lingue, di cui dicevamo all'inizio, che hanno un solo parlante ciascuna? che, cioè, hanno ognuna un parlante non parlante: dato che quell'unico individuo che la parla non ha con chi parlare?
Qui la parola salvare non può intendersi altro che nel senso latino di servare: conservare. Non si potrà che immortalare elettronicamente parole, suoni, usi linguistici, per conservarli a futura memoria. Farne, insomma, dei pezzi da museo. E sarà già tanto.

 

 

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