IBN
KHADÛN
L’UOMO
DEL MEDITERRANEO
S’è
appena concluso a Napoli – Villa Camplieto – il 2° Convegno
Internazionale sulle Coste del Mediterraneo, promosso dal Consiglio
Nazionale delle Ricerche, dall'Università degli studi di Napoli Federico
II, dall'Ente Ville Vesuviane e dalla Biennale Internazionale del Mare.
Pubblichiamo l'intervento del nostro redattore, Arturo Capasso.
PREMESSA
IBN KHALDÛN...
Siamo di fronte ad un personaggio particolare.
Si è mosso per quasi tutta la sua vita fra Tunisi, Fez, Granata, Bugia,
Il Cairo.
Le sue intuizioni hanno anticipato di secoli il cammino della Sociologia.
L'Uomo dei Mediterraneo ha però subito anche le sorti di tanti illustri
scrittori, scienziati e pensatori nati nei Paesi sottoposti a regimi
coloniali e diventati delle Cenerentole da tenere ben chiuse. Proprio per
nascondere la loro bellezza.
Muqaddima, 1/331-335
(I.K. Peuples et nations.... p. 112)
"Quanto a noi, Dio ci ha favorito con la Sua ispirazione. Ci ha fatto
scoprire una scienza di cui ci ha fatto l'interprete sincero ed esatto. Se
io ho potuto esporre tutti gli aspetti di questa scienza e distinguere i
suoi punti di vista e gli scopi di tutte le discipline, è grazie
all'aiuto e all'ispirazione di Dio.
Se io ho omesso un qualsiasi punto o introdotto per errore dei problemi
che non dovevano essere trattati, spetta al critico rigoroso riparare
questi errori; ma mi si riconoscerà un merito: quello
di avere aperto la strada ed indicato la direzione da seguire” (corsivo
mio, n.d.a.).
Dal marzo dei 1375 al novembre del 1378 Ibn Khaldûn è in ritiro a Qal'at
Ibn Salama presso Frenda e inizia a scrivere la Muqaddima
(che completerà nel novembre del 1377) ed una parte del Kitáb
al‘Ibar.
Poco prima aveva cercato di stabilirsi con la sua famiglia presso il
santuario d'al 'Ubbâd a Hunyn, porto di Tlemcen.
Voleva dedicarsi completamente alla scienza e all'insegnamento. Fu
costretto ad andarsene, perché il sovrano Abû Hammû voleva affidargli
una nuova missione presso gli Arabi Dawâwida.
Ibn Kbaldûn nasce a Tunisi il 1° Ramadan 732, e cioè il 27 maggio 1332.
La sua vita è un susseguirsi di trionfi e fughe, di cambi di città e
sovrani, molto bene descritti nella lunga Autobiografia, tradotta integralmente da Abdesselam Cheddadi e
pubblicata nel 1980 presso Sindbad. La seconda edizione è del 1995.
Ma torniamo al nostro eroe, uomo di grande fede.
Dio guida con La sua luce chi Gli piace.
Andiamo ora ad esporre in questo libro le condizioni della civiltà come
appaiono quando gli uomini vivono in società: il potere, l'acquisizione
dei beni, la scienza, le arti...
L'uomo si distingue da tutti gli altri animali per un certo numero di
caratteristiche. Queste sono: in primo luogo, le scienze e le arti,
prodotti del pensiero, che allo stesso tempo lo distinguono dagli animali
e lo elevano al di sopra di tutte le creature.
In secondo luogo, il bisogno di un organismo repressivo e di un'autorità
coercitiva, senza le quali non si può realizzare l'esistenza dell'uomo.
Fra tutti gli animali, l'uomo è l'unico in questo caso, se non si tiene
conto di ciò che si dice delle api e delle cavallette.
Ma se fra gl'insetti esiste questa condizione, essi l'hanno per
ispirazione, non come risultato del pensiero e della riflessione.
In terzo luogo, lo sforzo per il sostentamento, la ricerca attiva delle
strade e dei mezzi adeguati per assicurarseli.
Dio ha voluto che l'uomo, per vivere e sostenersi, fosse nella necessità
di nutrirsi e Lui l'ha guidato verso il desiderio e la ricerca di cibo.
In ultimo luogo, la civiltà (al-'unrân), vale a dire il fatto di abitare o d'accamparsi insieme
in una città o accampamento, di usufruire della società, di soddisfare i
bisogni umani. Giacché la cooperazione per la sopravvivenza è una cosa
scritta nella natura degli uomini" (Muqaddima,
cit., p.113).
"È la fede che rappresenta il principio delle opere ed il grado più
elevato della felicità, perché essa è la più elevata di tutte le opere
interiori".
I.K. La Voie et la Loi ou Le
Maitre et le Juriste, p.
108.
Il Kitab al'Ibar si
compone di tre libri. Il primo, che in genere è chiamato Muqaddima, tratta della storia vista dall'interno e delle
cause che la determinano, i Libri II e III trattano invece la storia
dall'esterno, e cioè le condizioni della vita dell'uomo nella società,
dalla Creazione fino ai suoi tempi. Infatti, questi due libri riguardano
la storia degli Arabi del Machrek da una parte e degli Arabi del Maghrib e
dei Berberi dall'altra.
LA SCIENZA NUOVA
Nella Muqaddima Ibn Khaldûn dà
una definizione della sua "scienza nuova" e ne indica i principi
generali: "Lo storico deve conoscere le regole della politica, la
natura delle cose esistenti, le differenze fra le nazioni, le epoche
relative ai comportamenti umani, ai caratteri, alle consuetudini, alle
credenze, alle dottrine e a tutte le condizioni che circondano la vita
degli uomini. Lui deve fissare tutte queste cose per ciò che riguarda il
presente, far risaltare le concordanze e i contrasti col passato e
analizzare le similitudini e le differenze.
Lui deve sapere come sono stati formati gli Stati e le religioni, quali
sono i motivi che li hanno fatti trionfare, quali sono le cause che li
hanno fatti nascere e i motivi che giustificano la loro esistenza; infine
egli deve conoscere le condizioni degli uomini che li dirigono e la loro
storia. Otterrà così una visione completa sulle circostanze di ciascun
avvenimento, un perfetto apprendimento della base di ciascuna indagine.
Allora solamente potrà procedere ad un confronto fra i racconti della
tradizione e le regole e i modelli così costituiti.
In caso d'accordo e di conformità questi racconti potranno essere
dichiarati autentici. Altrimenti, saranno considerati poco affidabili e
quindi scartati". (Muqaddima,
11320, I.K. Peuples et nations du monde (I) p. 104).
Ibn Khaldûn è profondamente convinto dell'approccio nuovo che
dà al suo lavoro: "Potremmo dire che si tratta d'una scienza
indipendente, con un fine e dei problemi propri: la civilizzazione e la
società umana e l'analisi dei casi e delle condizioni che le minano nella
sua essenza" (Muqaddima,
1/331-335, in Peuples et nations du monde (1) p. 108).
Più avanti ribadisce: "Si potrebbe ben dire che è una scienza
che è appena nata. Mai, posso affermarlo, ho trovato alcun autore al
mondo che abbia trattato lo stesso argomento. Non so se è mancanza
d'essersene interessati - ma non c'è alcun motivo di supporlo - o
semplicemente perché le opere che possono essere state scritte su questo
argomento e che sono state approfondite non ci sono pervenute. Le scienze
sono numerose e c'è una grande quantità di saggi fra le nazioni della
specie umana. Le scienze che sono state perdute sono più numerose di
quelle che ci sono pervenute. Dove sono le scienze dei Persiani ... ? Dove
sono le scienze dei Caldei, degli Assiri, dei Babilonesi? Dove sono le
loro opere ed i risultati da essi acquisiti? E ancora: dove sono le
scienze dei Copti e quelle dei loro predecessori?" (Ivi,
p.108-109). In questa ricerca ho ridotto al minimo quello che potrebbe e
dovrebbe essere un commento, dando invece più spazio alle parole d'Ibn
Khaldûn. Se ne sa così poco, che è meglio un approccio diretto. Ho già
posto in rilievo (cfr. Arturo Capasso: Ibn Khaldûn, il precursore. Scena illustrata febbraio 1989, p.35) l'importanza del grande
tunisino e come volasse alto il suo pensiero sociologico "La storia
è fatta dai nomadi, dalla loro forza trascinante. Le lotte fra le tribù
portano inesorabilmente ad una supremazia e lo sbocco in un vero impero è
inevitabile. Ma questo impero sarà sedentario, crescerà. La sua stessa
natura lo renderà decadente, in nuce c'è un mondo destinato a
soggiacere. Altre forze da fuori, giovani e caricate, distruggeranno il
vecchio impero e prenderanno il suo posto".
Più avanti aggiungevo: " ... pare di vedere, in questa felice
sintesi, un processo di tesi e antitesi che sarà studiato - ma dopo
secoli- dal materialismo dialettico" (Ibidem).
Andiamo a vedere invece cosa scrisse Giambattista Vico (1668-1744):
"Gli uomini prima sentono il necessario, di poi badano all'utile,
appresso avvertiscono il comodo, più innanzi si dilettano del piacere,
quindi si dissolvono nel lusso, e finalmente impazzano in istrapazzar le
sostanze" (Scienza nuova seconda, 1730).141
Quando si legge l'Introduzione e poi si passa alla Storia si
prova un senso di delusione, perché avremmo desiderato gli approcci ai
fatti nel modo in cui lui aveva proposto.
Questo appare ben espresso in Francesco Gabrieli (voce Muqaddima
nel Dizionario letterario delle opere e dei personaggi di Bompiani,
vol.IV, pp.844-845).
Dà importanza all'introduzione del Kitàb al‑ibar (libro
degli esempi storici): “Diciamo subito che la costruzione di Ibn Khaldûn,
pur con pretese di universalità, si fonda in realtà sulle concrete
condizioni storiche, geografiche e sociali in cui egli visse, e cioè
l'Africa settentrionale musulmana del sec. XIV, a essa, al suo presente e
passato, egli applica le sue teorie, e dall'esame della sua storia estrae
e formula le sue leggi; teorie e leggi che serbano valore per analogia
ovunque si presenti il fenomeno su cui si impernia la sociologia Khaldûniana
(il corsivo è mio n.d.a.) il contrasto cioè fra l'elemento beduino e il
sedentario, e il divenire della civiltà nel trapasso da quello a questo.
Entro questi limiti, l'acutezza e precisione di sguardo dello storico
tunisino sono un fenomeno forse unico nella storia del pensiero
arabo-musulmano ......”
Più avanti il Gabrieli scrive: “Il secondo e terzo libro dell'opera di
Ibn Khaldûn, seguenti a questi Prolegomeni e dedicati rispettivamente
alla storia sistematica degli Arabi e dei Berberi, hanno dato una certa
delusione agli studiosi, in quanto non vi appaiono applicate come ci si
aspetterebbe le idee audaci e brillanti del primo libro e si ha più che
altro una cronaca sulla falsariga della comune storiografia
arabo-islamica”.
Mohamed Talbi (Ibn Khaldûn
et l'histoire, p.20) scrive: "Mais il ne pouvait en aller
autrement. Aucun homme ne pouvait écrire seul une histoire universelle
selon les exigences de la Muqaddima".
Rimane un incomparabile strumento di lavoro, soprattutto "per
i due secoli più vicini al nostro autore, il XIII e XIV" (R.
Brunschvig, Hafsides, 11, 393).
IBN KHALDÛN
QUESTO SCONOSCIUTO
Ma Ibn Khaldûn era conosciuto in Europa? Purtroppo no, altrimenti non si
potrebbe spiegare la completa ignoranza del suo apporto.
Ecco cosa scrive il Dizionario di filosofia alla voce Sociologia
(p.605).
"È una scienza - per lo meno nella sua autonomia e nella
consapevolezza dei propri scopi - relativamente recente. Perché potesse
sorgere una sociologia come scienza autonoma, mancavano nell'antichità
sia l'oggetto specifico, cioè un'esplicita distinzione tra società in
senso lato e società politica o Stato, onde lo studio dell'attività e
dei prodotti dell'uomo associati non oltrepassò i limiti dello studio
dello Stato (la politica), sia il metodo, cioè la convinzione che
si dovesse e potesse estendere i procedimenti usati per lo studio della
natura allo studio dell'uomo. Ciò non toglie che i Greci abbiano raccolto
osservazioni sulle leggi e i costumi, sulla divisione del lavoro e sulla
distinzione della società in classi, per quanto non siano mai giunti ad
una trattazione sistematica.
Anche presso i Romani e nell'età medievale non ebbe alcuno sviluppo lo
studio esplorativo e ricognitivo della società, perché tra tutti i
fenomeni sociali solo il diritto fu oggetto costante di studio (il
corsivo è mio).
C'è - come si vede - un cono d'ombra fino all'Ottocento e questa ombra
sembra dissiparsi grazie a Vico e Montesquieu: "Solo nell'età modema...
Giambattista Vico prima nella Scienza Nuova (1725) e Montesquieu poi nello Esprit des lois (1748) avviarono un gruppo importante di ricerche
sopra i vari tipi di società, sopra le fasi dell'evoluzione sociale,
sopra l'influsso delle relazioni sociali e dell'ambiente sulla civiltà,
che possono essere considerate come il precedente storico della moderna
sociologia" (Ibidem).
Ripeto: una completa ignoranza relativa all'apporto di Ibn Khaldûn.
Ho chiesto al professar Abdelkader Djeflat, presidente del Maghtech, il
motivo di tale atteggiamento.
Mi ha risposto: "Malheureusement,
dans sa tentative d'acculturation des PSM, le colonialisme a tanté de
mettre entre parenthèses et de minimiser les apports de ces grandes
figures de la pensée méditerranéenne...
Des grands penseurs occidentaux se sont insipirées de la pensée
khaldounienne sans qu'aucune reconnaisance de ses apports ne soit faite.
C'est indirectment une tentative de dévalorisation des apports du Sud de
la Méditerranée à la pensée universelle" (Arturo Capasso,
Rencontre avec Abdelkader Djeflat. L'area
costiera mediterranea. Atti del 1° Convegno Internazionale sulle
coste del Mediterraneo a cura di Massimo Rosi e Ferdinando Jannuzzi,
p.231).
Il cono d'ombra di cui parlavo prima è ancora più ampio per R.M.Maclver
che scrive la voce Sociology nella famosa Encyclopaedia of the Social Sciences, che da quasi cinquant'anni mi
tiene compagnia nelle mie ricerche.
Nel volume 14° a p.235
l'unico riferimento è per Montesquieu: "With broad insight he showed
that laws were an expression of national character and that the spirit
which they exhibited was to be explained in the light on the conditions,
social and geographical, under which men live".
Invece, David S. Margoliouth nella stessa Enciclopedia (vol.7°
p.564) così presenta l'opera di
Ibn Khaldûn: "But even more attention has been attracted by the
volume of prolegomena which opens the work. It is primarily a philosophy
of history, but touches on sociology and economics and towards the end
becomes encyclopaedic in conformity with Ibn Khaldûn's doctrine that
history is the study of all social phenomena. The author is justified in
regarding his work as starting an original line of inquiry in Arabic
literature, in which until quite recent times be found no successors".
chiude
con un senso d'amarezza: "Despite the new point of view introduced... and despite the
continuous use of his work in the East he had no followers of any
importance. In the West little was known of his work until the nineteenth
century" (Ibidem, p.565).
La Grande Enciclopedia
Sovietica (Bolshaja Sovetskaja Entsiklopedia) nel volume 40° a p.202
(voce Sociologia- Sotsiologija) riporta: “Ibn Khaldûn (1332-1406) -
studioso arabo - asserì che il corso della storia dipende dall'influsso
geografico e in primo luogo dal clima (All. A a A1).
La stessa Enciclopedia al volume 17° dedica tre quarti di colonna al
nostro autore. Due sono i maggiori rilievi. Il primo riguarda la sua
teoria dei cieli storici (All. B e B1).
I nomadi s'insediano in paesi con clima temperato dove c'è una maggiore
spinta all'operosità. Ma i sedentari saranno poi a loro volta conquistati
da altri nomadi. Il ciclo si ripete ogni tre, quattro generazioni. L'altro
rilievo riguarda la collocazione di Ibn Khaldûn da parte degli studiosi
"borghesi" dell'Europa occidentale, secondo i quali Ibn Khaldûn
è stato "il primo sociologo" per il suo tentativo di stabilire
la dipendenza del fiorire e decadenza dello Stato da fattori geografici e
di altra natura.
Stranamente G.F. Aleksandrov nella sua Storia delle dottrine sociologiche (Istorija Sotsiologiceskich ucenii) pubblicata
a Mosca nel 1959 a cura dell'Accademia delle Scienze dell'URSS, a pagina
19 fa iniziare l'approccio geografico nel XVI secolo con lo studioso
francese Jean Bodin (All. C e C1).
CONCLUSIONE
IL SASSO NELLO STAGNO
Qui finisce il mio studio su Ibn Khaldûn. Ma c'è ancora molto da
scrivere.
Egli rappresenta una grande risorsa per tutti noi.
L'Autobiografia, Il Maestro e il
Giurista meritano una lettura approfondita. Spero, con questo mio
scritto, d'aver gettato un sasso nello stagno. Mi auguro che altri siano
presi (e conquistati) dal pensiero del grande tunisino.
Per la cultura occidentale si potrebbe dire: meglio
tardi che mai.
Arturo
Capasso