MARIO SCELBA: TRA LUCI ED OMBRE
EMERGONO LE SUE QUALITÀ DI STATISTA
di Carlo Vallauri
Se il primo periodo di Mario Scelba al
Ministero dell'Interno fu caratterizzato dall'impronta data alla politica
dell'ordine pubblico (preservare le condizioni di convivenza tra forze
opposte, assicurando la tutela delle istituzioni), il secondo periodo
coincide con l'interim dell'Interno assunto nel febbraio 1954 in
corrispondenza con la carica di presidente del Consiglio. In quel periodo
il contributo più significativo del politico siciliano fu l'azione svolta
per restituire Trieste all'Italia, dopo che per anni la questione giuliana
aveva catalizzato l'attenzione sia ai fini della risoluzione della
controversia sia per impedire che il doloroso argomento venisse assunto
dalla destra come metro per una critica all'intera impostazione della vita
politica nazionale. Laddove non era riuscito neppure Pella (che - con il
discorso del Campidoglio - aveva cercato di porre il ritorno della città
martire alla Madre Patria come termine da far valere per mettere alla
prova gli alleati atlantici) giacché il richiamo nazionalista fu
interpretato da Tito - al quale le potenze occidentali tenevano moltissimo
da quando era stato condannato da Stalin e quindi era uscito dal blocco
guidato da Mosca - riuscirà con pazienza e prudenza Scelba, sorretto
dalla diplomazia del Ministero degli Esteri. Così a Trieste egli pronunciò
il 4 novembre '54 un memorabile discorso: consapevole della gravità delle
decisioni, preferì dire francamente ai profughi dall'Istria che l'Italia
per avere Trieste doveva rinunciare ad altre rivendicazioni. Era il prezzo
da pagare: così egli si espose ai fischi e ai risentimenti degli italiani
costretti all'esilio in Patria. Era la prima volta che la TV della RAI
trasmetteva in diretta un grande evento, così gli spettatori videro
Scelba parlare, frequentemente interrotto da grida ostili. Ma in quella
occasione, pur con il dolore nel cuore, il Presidente preferì dire le
cose come stavano e sottolineare che, nel nuovo quadro europeo ed
internazionale, l'Italia non poteva non cercare la collaborazione con la
Jugoslavia. In quella circostanza Scelba mostrò la propria tempra di
statista.
In particolare il suo governo varò lo schema Vanoni,
che poi restò per anni quale linea di sviluppo dell'economia nazionale:
rappresentava l'affermazione di un disegno che attribuiva allo Stato gli
oneri per una politica meridionalista efficace, riconoscendo il ruolo
delle imprese da contemperare con le esigenze del mondo del lavoro. Una
posizione mediana consona alle necessità di quel momento di ripresa per
dare slancio all'economia.
In politica interna proseguì la difesa dell'ordine
pubblico, con una maggiore attenzione all'effettivo svolgimento dei fatti
nel corso di scioperi ed altre manifestazioni. Scelba continuò a mostrare
fermezza non solo nei confronti dei dimostranti in varie dimostrazioni ma
in qualche occ4sione anche nei confronti dei dirigenti di pubblica
sicurezza, non rispettosi dei diritti di libertà dei cittadini. Un errore
fu probabilmente di aver troppo avvicinato la sua posizione a quella
aspramente anticomunista dell'ambasciatrice degli Stati Uniti a Roma,
Luce, propensa a dare alla politica americana del contenimento - valida
nei confronti dell'Unione Sovietica - una applicazione dura anche nei
confronti dei comunisti italiani, i quali avevano certamente un cordone
ombelicale (finanziario, politico e di addestramento militare) con Mosca e
con Praga, ma che in una Italia democratica non potevano essere perseguiti
se non quando commettessero reati, violazioni di legge. Appena eletto al
Quirinale il leader della sinistra D.C., Gronchi con I' appoggio di tutte
le sinistre e della destra, il governo fu affidato a Segni che cercò di
alleggerire il peso delle tensioni, tanto che il nuovo ministro
dell'Interno Tambroni tenterà inizialmente di farsi conoscere quale
assertore di una nuova linea di politica interna (alle parole e agli
scritti non seguirono però i fatti), e poi - passato al Bilancio - anche
in campo economico.
Scelba aveva ormai una sua ristretta corrente
all'interno della D.C., i "centristi" appunto, che guardavano
con apprensione ogni avvicinamento al socialisti. L'avventurosa vicenda di
Tambroni - nata da un equivoco creato in realtà dall'atteggiamento del
Capo dello Stato, ambiguamente alla ricerca di uno spostamento a sinistra
con l'appoggio della destra - si concluse con la rinascita di una
maggioranza costituita dal quadripartito di centro ed un governo
monocolore guidato da Fanfani, il quale richiamò Scelba al Viminale come
attestazione di fermezza contro ogni estremismo, salvo poi, in occasione
di una crisi, sostituirlo con Taviani, più accetto verso sinistra. Di
fronte all'eventualità di un ingresso diretto nel governo dei socialisti,
Scelba mantenne le sue riserve e infatti il suo atteggiamento verso i
ministeri Moro sarà guardingo e dovrà subire un veto al suo ritorno al
governo, compensato da altri incarichi.
Comincerà presto una nuova fase della sua vita
politica nel Parlamento europeo: adesso non è più quell'uomo di parte ma
costruttore attivo delle norme istituende per realizzare un ideale nel
quale - come De Gasperi - egli aveva sempre avuto fede. Naturalmente
l'emergenza di nuovo personale politico ridurrà lo spazio per le sue
posizioni, tuttavia la sua figura, con la sicilianità del suo
temperamento - schivo eppur forte negli affetti - continuerà a restare
come quella di un democratico sincero che ha sempre anteposto il bene
dello Stato a quello personale.
Proverbiali sono rimasti al Viminale i
suoi comportamento contrari a clientelismi, a favoritismo verso parenti,
amici, conterranei. La legge innanzi tutto: anticipò, in un certo senso,
una parola d'ordine poi diffuso negli Stati Uniti: ordine e legge. Si può
concludere che egli ha usato il potere per esercitare le sue attribuzioni
- attirandosi ostilità aspre dell'estrema destra come dell'estrema
sinistra - mai per abusarne.