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Articolo tratto dalla rivista n.
12 Anno 137 Dicembre 2001 (pag. 9)
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CON
IL NOBEL RUBBIA UNA BREVE CORSA LUNGO LE FRONTIERE DELLA SCIENZA
di
Mario Furesi
Siamo andati a ritrovare il prof. Carlo Rùbbia
alcuni anni or sono, mentre stava per concludere il quinquennio di direttore
generale del CERN, il più grande centro europeo di ricerca per la fisica
-nucleare delle alte energie e il più avanzato del mondo in molti dei suoi
settori fondamentali. Rincontrandolo ci è apparso come se il tempo fosse
per lui rimasto fermo al giorno del nostro precedente incontro, avvenuto
dieci anni prima nella nostra Accademia Tiberina. Scattante come allora,
nonostante la massiccia corporatura, è alto un metro e novanta e pesa più
di un quintale, e nonostante i suoi anni. Immutato è rimasto anche il suo
viso simpatico, ingentilito da due grandi occhi cerulei dallo sguardo
penetrante la cui dolcezza nasconde il mondo vulcanico che di continuo gli
ribolle dentro.
Scienziato e manager d'eccezione, egli dedica ogni sua giornata alla scienza
come pure alla tecnologia connessavi, in cui ha maturato un'esperienza
veramente rara. Questa la deve al fatto di aver scoperto, quando aveva dieci
anni, l'esistenza di un laboratorio elettronico allestito dalle truppe
tedesche alla periferia della sua Gorizia e da esse smantellato prima della
partenza. Con una pazienza da certosino aveva rimesso in efficienza tutti
gli apparati ormai fuori uso, acquisendo una capacità tecnica che gli
sarebbe riuscita preziosa nell'inventare e condurre ricerche sperimentali
una delle quali gli avrebbe meritato il prestigioso Premio Nobel.
Ancora adolescente fu costretto dalle vicende belliche ad abbandonare la sua
città per Venezia, Udine, Padova e infine Pisa dove, frequentata la celebre
Scuola Superiore Normale si laureò brillantemente in Fisica. Appena
laureato, nel 1956, vinse una borsa di studio per la Columbia University,
dove le sue ricerche sperimentali furono tanto apprezzate da motivare
l'invito a risiedervi in permanenza. Ma dovette rinunciarvi volendo sposare
la fidanzata rimasta in attesa in patria ed essendo le nozze condizionate al
suo impegno di non trasferirsi all'estero. Poco dopo il suo rientro venne
assunto quale ricercatore dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare
operante a Frascati (Roma) e, quasi contemporaneamente, invitato a dirigere
ricerche al CERN.
Nel 1984, Rùbbia riceve il Nobel per la Fisica, meritatogli dalla scoperta
delle particelle - W e Z - previste da un altro grande fisico, il Nobel
prof. Abdus Salam. Con questa scoperta, d'importanza fondamentale, Rùbbia
faceva compiere un altro grande passo alla GUT, la Teoria della Grande
Unificazione secondo la quale tutte le forze operanti nell'universo sono
aspetti diversi di una stessa, unica forza.
Concludiamo la sintetica biografia di Carlo Rùbbia ricordando che nell' '86
venne nominato direttore generale del CERN, dove peraltro operava già da
vari anni quale direttore del Programma Scientifico.
Scienziato di punta di molte discipline scientifiche, Carlo Rùbbia ha
concentrato il proprio impegno di ricercatore sulle particelle elementari,
componenti ultime della materia. Molta attenzione ha egli riservato anche
alle ricerche che riguardano l'accennata Teoria della Grande Unificazione e
che gli hanno fatto assegnare il Nobel.
1 Va qui ricordato che prima della scoperta di Rùbbia, i fisici avevano
ridotto a quattro le forze fondamentali della natura: la forza
elettromagnetica, che tiene insieme gli atomi componenti le molecole, ossia
la forza operante nelle reazioni chimiche; la forza nucleare forte, che
tiene legate insieme le particelle componenti il nucleo degli atomi; la
forza nucleare debole, responsabile della radioattività e la forza
gravitazionale che rende possibile l'esistenza dell'universo attraverso la
reciproca attrazione attivata nelle innumerevoli masse sfreccianti nel
cosmo. Dopo Rùbbia, le forze fondamentali sono ridotte a tre: elettrodebole,
nucleare forte e gravitazionale.
Di notevole rilievo è anche il contributo dato da Rùbbia alla
ricostruzione del cosiddetto Big Bang, cioè alla immensa esplosione che,
secondo la grande maggioranza dei cosmologi, avrebbe dato nascita
all'universo; non meno rilevanti le sue ricerche sull'evoluzione del cosmo
durante i quindici o venti miliardi di anni della sua esistenza e del
destino che l'attende nel remoto futuro.
Oltre ai suddetti contributi ai grandi temi della ricerca teorica più
avanzata, Rùbbia ha dato e continua a dare numerosi apporti alla ricerca
applicata, rivolta alla soluzione dei grandi problemi che oggi fronteggiano
l'umanità: da quello energetico, che attende la soluzione, definitiva dai
tokamak, con l'energia nucleare di fusione, a quello dell'informatica che
mira alla creazione di computer dotati di "intelligenza
artificiale".
Mentre osservavo il Professore, rispondere a una serie di telefonate e
risolvere all'istante alcuni delle centinaia di problemi che quotidianamente
gli vengono
posti alla guida di un organismo così complesso quale è il CERN, decidevo
di aprire il fuoco di fila delle domande che gli avrei rivolto con una
riguardante il campo scientifico in cui egli è protagonista, cioè quello
particellare. Appena cessate le telefonate gli chiesi perciò quale fosse
l'odierno traguardo della lunga marcia iniziata due millenni e mezzo fa per
giungere al cuore della materia e scoprirvi l'ultima particella,
indivisibile componente universale della materia.
La natura è estremamente complessa -
egli inizia a dirci - oltre ad essere
estremamente ordinata ed estremamente bella. Ma è difficile scoprire
l'ultima essenza. Non si può quindi dare una risposta categorica a questa
sua domanda: In questi ultimi anni noi della fisica (ma ciò può dirsi
anche per gli altri campi della scienza) abbiamo imparato ad essere modesti.
L'orgogliosa certezza della scienza è diventata alquanto antiquata ed è
stata sostituita da un atteggiamento di umiltà e rispetto verso la natura.
Intendo ravvivare il discorso con una nota personale abbiamo chiesto a Rùbbia
cosa fosse per lui la scienza.
Per me la scienza - egli dice con
impeto- è gioia e tormento insieme. E...
La frase viene troncata dal trillo del telefono.
Alla ripresa del dialogo gli abbiamo chiesto quale fosse, secondo lui,
l'oggetto primario della ricerca scientifica.
Si può dire - egli osserva- che
l'oggetto primo di studio della scienza non sia più oggi tanto la Natura
quanto le leggi che stanno al di là deifenomeni naturali. Sono leggi
espresse nel linguaggio della matematica, mediante formule ed equazioni che
legano tra loro le grandezze fisiche. Matematizzazione, misura e
sperimentazione sistematica sono le chiavi usate dalla ricerca scientifica
per raggiungere l'obiettivo assegnatole e rappresentato dalla conoscenza del
mondo.
Avendogli poi chiesto cosa intendesse egli per ricerca,' risponde: La
ricerca scientifica è un mondo per rispondere a una necessità e a
un'urgenza che tutti noi abbiamo, ma è anche assistere a uno spettacolo
meraviglioso. Lo scienziato è come un esploratore che vuole conoscere
l'ignoto esistente oltre l'orizzonte; un orizzonte per lo scienziato è
definito dall'infinitamente grande e dall'infinitamente piccolo.
Passando dalla scienza alla tecnologia, sempre più stretta sua
compagna, gli abbiamo chiesto di informarci sugli acceleratori di
particelle, protagonisti tecnologici della ricerca sull'infinitamente
piccolo. Trattandosi del suo regno, egli prontamente aderisce osservando: Posso citare quale modello più avanzato e completo l'insieme di
acceleratori operanti qui al CERN, poiché costituiscono il più
rimarchevole complesso mondiale di acceleratori di particelle. Ciascuno di
essi è in grado di produrre conclusioni sperimentali diverse. Ad esempio,
il superprotosincrotrone (SPS) è in grado di trasformare i protoni in
antiprotoni, costituendo la prima fabbrica del mondo che produce antimateria
in quantità utilizzabile per le ricerche. Le particelle di antimateria
consentono di spostare più in là le frontiere della fisica delle
particelle. L'acceleratore più complesso e moderno è però il LEP (Large
Eletron Positron) dove elettroni e positroni (materia e antimateria) vengono
fatti collidere.
Per completare l'argomento dell'infinitamente piccolo abbiamo chiesto lo
scopo di una tale ricerca così complessa e così costosa nonché quale
parte vi avesse il CERN, ricevendo in risposta: Noifisici
studiamo l'infinitamente piccolo perché in esso vi è la chiave sul mistero
della materia. Siamo riusciti ad esplorare il microcosmo sino a un
decimillesimo di millimetro e abbiamo visto che l'infinitamente piccolo è
meraviglioso quanto l'infinitamente grande. Noi del CERN, con i nostri
acceleratori, ci siamo affacciato su una regione vergine, dove nessuno è
oggi in grado di condurre le esperienze che noi conduciamo. 1 nostri
"collider ", qui al CERN sono come telescopi che guardano dieci
volte più lontano degli altri. Certo non guardiamo nel cielo ma nel cuore
della materia. È come sbarcare sulla Luna o meglio su Marte: ogni passo ci
svela cose nuove che a volte costringono perfino a modificare radicalmente
la visione del mondo.
A chiusura dell'argomento relativo agli acceleratori di particelle
abbiamo chiesto a Rùbbia come mai essi creassero e in gran numero
particelle non esistenti in natura e alle quali i fisici hanno dato strani
nomi come bottom, top, beauty, strange e via dicendo. La nostra domanda lo
fa sorridere mentre ci spiega: Tutti
gli acceleratori operano in un mondo molto diverso dal nostro; un mondo
esistente all'inizio dei tempi; un mondo dominato da situazioni
straordinarie e molto lontano dalla nostra vita di ogni giorno. t un mondo
dove particelle e antiparticelle si scambiano la loro natura. I nomi da lei
citati, con l'aggiunta di up e down, indicano le sei specie di quark,
ipotizzate particelle elementari che compongono i protoni e i neutroni del
numero atomico e che insieme ai leptoni (così chiamati dal greco leptos
significante leggero), costituiscono la serie delle dodici particelle
elementari ritenute, allo stato attuale delle nostre conoscenze, le ultime
componenti elementari della; materia stabile oggi esistente. I sei leptoni
sono: elettrone, muone, tau e i tre tipi di neutrini. Alla base della
materia troviamo inoltre i quattro veicoli che trasportano le forze: fotone,
bosone W bosone Z e gluone.
Ricordando l'accenno di Rùbbia sull'impegno dei fisici delle particelle
nelle ricerche attinenti l'infinitamente grande, gli abbiamo chiesto di
parlarcene e lui prontamente ci spiega: il nostro
universo è diventato per i cosmologi "trasparente ", ma sino a un
certo punto del remoto passato. In particolare, andando indietro nel tempo,
quando guardiamo il cielo con il telescopio spaziale "Hubble ",
possiamo vedere sino a un limite ben definito, mentre tutto quello che è
avvenuto prima è ricostruibile solo con la fisica delle particelle
elementari e quindi con gli acceleratori che riescono a riprodurre in
laboratorio le condizioni dell'universo nei momenti iniziali. _In pratica
esiste una barriera che divide la storia dell'universo in due parti eguali;
una barriera che separa il campo di indagine della fisica delle particelle
da quello riservato alla ricerca cosmologica. Per meglio precisare questa
ripartizione della ricerca tra le due scienze devo accennare ai primi
momenti di vita del cosmo. Nella storia dell'universo c'è stata all'inizio
l'era da quark, gluoni e plasma. Poi, all'incirca cinque milionesimi di
secondo dopo l'inizio dei tempi, anche i quark, un'era in cui
presumibilmente tutto era ancora formato da quark sono spariti. –l’ha'
seguita l'era dei leptoni fino a un secondo dopo il Big Bang, la grande
esplosione che ha dato nascita all'universo. Nei successivi tre minuti
l'universo è stato dominato dai fotoni e in questo periodo è anche nato
l'idrogeno, il primo e il più semplice degli elementi chimici. Segue infine
l'era in cui l'universo, similmente a un immenso reattore nucleare
diffusione, ha fabbricato i nuclei atomici più pesanti e complessi come
pure gli atomi. Va ora precisato che l'universo diventa
"trasparente" per i cosmologi molto più tardi: trecentomila anni
dopo il Big Bang. Tutto il periodo precedentemente viene studiato dalla
fisica delle particelle elementari.
Avremmo voluto continuare a lungo nell'esplorare, con la impareggiabile
guida di Carlo Rùbbia, le zone di frontiera della fisica sub nucleare e
della cosmologia ma il tempo accordato- ci era scaduto, molte persone
attendevano in anticamera e solo grazie all’amichevole disponibilità dei
Professore potei perciò porgli l'ultima domanda, peraltro fuori regola: Che
ne pensa Lei della tesi sostenuta da molti scienziati che vedono nella
scienza la naturale compagna della fede nella ricerca dell'ultima verità
integrale? Un po' sorpreso, dopo un attimo di riflessione Rùbbia risponde: lo
direi piuttosto che la scienza è una forma di umanesimo che si accompagna,
non essendone diversa, all'arte, alla coltura, al pensiero creativo e alla
filosofia. Non per nulla i "Greci" la chiamavano filosofia
naturale. Credo che questo significato permanga tuttora in questo senso non
ci può essere contraddizione che allontani la scienza dalla fede. Ritengo
anzi che lo scienziato, continuando a scoprire la natura, veda in essa certe
cose che destano meraviglia e che ci offrono l'immagine di una razionalità
che supera, di gran lunga, quanto può attendersi dalla natura.
Mario Furesi |
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