IL
RITRATTO DI NAPOLEONE
Nella sua bellissima opera: Napoleone, la sua corte, la sua famiglia, Lumbroso così «fisicamente»
ce lo descrive.
Di nessun uomo più che di Napoleone l'immagine
dipinta, disegnata, scolpita o incisa (e da soínmi come il David, come il
Canova, come il Wicar, come Raffaello Morghen) fu più sparsa ai quattro
venti. La sua fisionomia è familiare a tutti i popoli: si parla dei
profilo di Napoleone nel mondo come si parla di quelli del Bismarck in
Germania e di Vittorio Emanuele e del Mazzini in Italia.
Ma, in queste migliaia di raffigurazioni di uno
stesso individuo, in questi ritratti moltiplicati all'infinito dalla
curiosità, dall'ammirazione, dall'adulazione e dall'odio, riprodotti con
tutti i processi più diversi, sformati dalla riproduzione stessa, dalla
mania di abbellire che ogni artista ha quando termina un'opera propria,
come scoprire e ritenere solo quelle che, più fedelmente possono
procurare a noi l'impressione che provavano i contemporanei (dal Goethe al
Manzoni, dal Canova al Metternich) quando si trovavano in presenza di
Napoleone generale, console, imperatore?
Il Masson (un uomo che visse per aiutare
il marito della principessa Clotilde, il genero di Vittorio Emanuele, il
principe Napoleone Girolamo a riconquistare il trono imperiale, ed ora non
vive che per studiare la grande figura di Napoleone: studi che or fa
cinque anni condussero lo storico illustre all'Accademia francese), il
Masson, dice- vo, ha sceverate le effigi prese dalla natura, e rimaste
sincere e senza adulazione da tutte le altre ingannatrici e fallaci.

Come fosse il Bonaparte prima della campagna
d'Italia, prima cioè del 1796, non sappiamo, non potremo mai sapere.
Certo, era magro, molto magro, e olivastro di carnagione.
Un ritratto fu eseguito dal Gros mentre Giuseppina
teneva il generale seduto sulle proprie ginocchia (perché quel
nervosissimo grand'uomo non perdesse troppo la pazienza) - e un aiutante
di campo stava dinanzi all'uscio affinché nessun messaggero di notizie
importanti venisse ad interrompere la
posa.
Questo ritratto ci mostra il generale con
un'abbondante capellatura. Svolazzante attorno al suo viso magro e quasi
emaciato. Sotto questi capelli a metà incipriati, folti e ricadenti, la
fronte si rinserra e tutta la sua potenza è concentrata nel rilievo
formato dalle sopracciglia aggrottate. Gli occhi di un grigio acciaio sono
infossa- ti nelle loro orbite; il naso è sottile, pronunciato, e a becco
d'aquila; la bocca è di un disegno puro e netto, con gli angoli abbassati
in espressione di fierezza suprema: aspetto che nel complesso a tutta
prima colpisce, e, quando si rimira, magnetizza.
Salvo la pettinatura differente, qualche anno dopo il
console ci apparve generale. Non era cambiato.
La testa non è grandissima, come molti credono.
Anzi, è piccola, proporzionata: ha 56 o 57 centimetri di perimetro.
Alla fine del consolato, la fronte si sguarnisce (non
siamo ancora alla calvizie però) e Napoleone comincia ad ingrassare. E
ingrassa non solo il corpo, ma il viso. L'espressione muta. Il becco
d'aquila scompare. Resta un naso aquilino piuttosto comune. Pochi uomini
somigliano al console, molti servitori sbarbati e grassi somigliano
all'imperatore. Dell'imperatore, del resto, non abbiamo immagini vere.
Anche il Canova lo adulò. E i nemici gli diedero, nelle caricature
tedesche, russe, inglesi, un'espressione volgarissima che Napoleone non
ebbe veramente mai.
Certo però questa espressione non fu nemmeno tanto
nobile quanto i ritratti e le miniature, dirò cosi, ufficiali ce la
mostrano.
Il gran maresciallo di palazzo Duroc rimandò ad un
pittore una miniatura dicendogli: - Je
vous renvoie, monsieur, le portrait de Sa Majesté. La figure n'a pas
assez de noblesse.
Dunque il pittore doveva metterci una nobiltà
d'espressione che la natura aveva largamente data al generale d'Italia e
d'Egitto, ma anch'essa, facendolo ingrassare, aveva tolto all'imperatore.
Lasciamo la fisionomia del Cesare possente. Veniamo a
quella tragica, melanconica, dell'esule, del martire di Sant'Elena, del
prigioniero di quella scimmia (tanto era brutto!) che fu il generale
inglese Hudson-Lowc.
Il becco d'aquila è tornato, il mento si è fatto
ancor più pronunciato. Ii corpo, in questa inazione forzata ed in questa
clausura volontaria (Napoleone non voleva uscire dalla casa e dal giardino
dopoché fu deciso dal suo terribile guardiano che sarebbe stato sempre
seguito da una sentinella inglese), - il corpo, dicevo, è ingrossatissimo,
ed il ventre enorme balla sulle gambe magre. Ma la fine, la liberazione,
si avvicina. Il Crokatt ci ha lasciato un'immagine presa quattordici ore
dopo la morte. Questa non ha ancor fatta tutta l'opera sua, non ha ancora
sfigurato il viso dell'imperatore, emaciato dal lungo sessenne dolore.
Il cameriere, il buon Marchand, ci dice che la testa
di Napoleone morto somigliò a quella del generale Bonaparte, e rimase così
fino al momento dell'inumazione, meravigliosamente bella, più sottile, più
leggera - esprimente più la speranza che il possesso - quale i Francesi
l'avevan vista prima dei diciotto brumaio, giorno benedetto in cui, nella
gloria ascendente, il Bonaparte aveva saputo incarnare tutto l'avvenire
della patria, tutta la Francia in riposo dopo la tormenta del sanguinoso e
tragico terrore rivoluzionario!
A. LUMBROSO