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Articolo tratto dalla rivista n. 10 Anno 135 Ottobre 1999 (pag. 26)

IL RITRATTO DI NAPOLEONE

Nella sua bellissima opera: Napoleone, la sua corte, la sua famiglia, Lumbroso così «fisicamente» ce lo descrive.
Di nessun uomo più che di Napoleone l'immagine dipinta, disegnata, scolpita o incisa (e da soínmi come il David, come il Canova, come il Wicar, come Raffaello Morghen) fu più sparsa ai quattro venti. La sua fisionomia è familiare a tutti i popoli: si parla dei profilo di Napoleone nel mondo come si parla di quelli del Bismarck in Germania e di Vittorio Emanuele e del Mazzini in Italia.
Ma, in queste migliaia di raffigurazioni di uno stesso individuo, in questi ritratti moltiplicati all'infinito dalla curiosità, dall'ammirazione, dall'adulazione e dall'odio, riprodotti con tutti i processi più diversi, sformati dalla riproduzione stessa, dalla mania di abbellire che ogni artista ha quando termina un'opera propria, come scoprire e ritenere solo quelle che, più fedelmente possono procurare a noi l'impressione che provavano i contemporanei (dal Goethe al Manzoni, dal Canova al Metternich) quando si trovavano in presenza di Napoleone generale, console, imperatore?
Il Masson (un uomo che visse per aiutare il marito della principessa Clotilde, il genero di Vittorio Emanuele, il principe Napoleone Girolamo a riconquistare il trono imperiale, ed ora non vive che per studiare la grande figura di Napoleone: studi che or fa cinque anni condussero lo storico illustre all'Accademia francese), il Masson, dice- vo, ha sceverate le effigi prese dalla natura, e rimaste sincere e senza adulazione da tutte le altre ingannatrici e fallaci.


Come fosse il Bonaparte prima della campagna d'Italia, prima cioè del 1796, non sappiamo, non potremo mai sapere. Certo, era magro, molto magro, e olivastro di carnagione.
Un ritratto fu eseguito dal Gros mentre Giuseppina teneva il generale seduto sulle proprie ginocchia (perché quel nervosissimo grand'uomo non perdesse troppo la pazienza) - e un aiutante di campo stava dinanzi all'uscio affinché nessun messaggero di notizie importanti venisse ad interrompere la posa.  
Questo ritratto ci mostra il generale con un'abbondante capellatura. Svolazzante attorno al suo viso magro e quasi emaciato. Sotto questi capelli a metà incipriati, folti e ricadenti, la fronte si rinserra e tutta la sua potenza è concentrata nel rilievo formato dalle sopracciglia aggrottate. Gli occhi di un grigio acciaio sono infossa- ti nelle loro orbite; il naso è sottile, pronunciato, e a becco d'aquila; la bocca è di un disegno puro e netto, con gli angoli abbassati in espressione di fierezza suprema: aspetto che nel complesso a tutta prima colpisce, e, quando si rimira, magnetizza.
Salvo la pettinatura differente, qualche anno dopo il console ci apparve generale. Non era cambiato.
La testa non è grandissima, come molti credono. Anzi, è piccola, proporzionata: ha 56 o 57 centimetri di perimetro.
Alla fine del consolato, la fronte si sguarnisce (non siamo ancora alla calvizie però) e Napoleone comincia ad ingrassare. E ingrassa non solo il corpo, ma il viso. L'espressione muta. Il becco d'aquila scompare. Resta un naso aquilino piuttosto comune. Pochi uomini somigliano al console, molti servitori sbarbati e grassi somigliano all'imperatore. Dell'imperatore, del resto, non abbiamo immagini vere. Anche il Canova lo adulò. E i nemici gli diedero, nelle caricature tedesche, russe, inglesi, un'espressione volgarissima che Napoleone non ebbe veramente mai.
Certo però questa espressione non fu nemmeno tanto nobile quanto i ritratti e le miniature, dirò cosi, ufficiali ce la mostrano.
Il gran maresciallo di palazzo Duroc rimandò ad un pittore una miniatura dicendogli: - Je vous renvoie, monsieur, le portrait de Sa Majesté. La figure n'a pas assez de noblesse.  
Dunque il pittore doveva metterci una nobiltà d'espressione che la natura aveva largamente data al generale d'Italia e d'Egitto, ma anch'essa, facendolo ingrassare, aveva tolto all'imperatore.
Lasciamo la fisionomia del Cesare possente. Veniamo a quella tragica, melanconica, dell'esule, del martire di Sant'Elena, del prigioniero di quella scimmia (tanto era brutto!) che fu il generale inglese Hudson-Lowc.
Il becco d'aquila è tornato, il mento si è fatto ancor più pronunciato. Ii corpo, in questa inazione forzata ed in questa clausura volontaria (Napoleone non voleva uscire dalla casa e dal giardino dopoché fu deciso dal suo terribile guardiano che sarebbe stato sempre seguito da una sentinella inglese), - il corpo, dicevo, è ingrossatissimo, ed il ventre enorme balla sulle gambe magre. Ma la fine, la liberazione, si avvicina. Il Crokatt ci ha lasciato un'immagine presa quattordici ore dopo la morte. Questa non ha ancor fatta tutta l'opera sua, non ha ancora sfigurato il viso dell'imperatore, emaciato dal lungo sessenne dolore.
Il cameriere, il buon Marchand, ci dice che la testa di Napoleone morto somigliò a quella del generale Bonaparte, e rimase così fino al momento dell'inumazione, meravigliosamente bella, più sottile, più leggera - esprimente più la speranza che il possesso - quale i Francesi l'avevan vista prima dei diciotto brumaio, giorno benedetto in cui, nella gloria ascendente, il Bonaparte aveva saputo incarnare tutto l'avvenire della patria, tutta la Francia in riposo dopo la tormenta del sanguinoso e tragico terrore rivoluzionario!

                                       A. LUMBROSO


 

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