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BELMONTE CALABRO
PICCOLO MONDO ANTICO

di Italo Carlo Sesti

‘ uno di quei luoghi meravigliosi e imprevisti del Mezzogiorno d'Italia dove fare un viaggio signi­fica ancora, per fortuna, imbattersi nel piacere della scoperta. L'aria è trasparente e quasi sono­ra che prolunga le giornate e le sere in una chia­rità di suoni e di voci di mondi lontani. Esso è tutto nell'atteg­giarsi dei monti, dei colli verdi e del mar Tirreno con le sue spiagge dorate. La sua è una bellezza di pura geologia, di conformazione del terreno e di storia. Un sospirato luogo dove sopravvivono l'esotico e il primordiale legati da una comunan­za di lingua, di fede e di arti; fili lontani e nostalgici della Magna Grecia e cioè di una epoca eccezionale e perciò indi­menticabi le. Pineta

Questo è Belmonte Calabro in provincia di Cosenza ch'è ha dato i natali al filosofo Bernardino Telesio, del quale merita rilievo la sua dottrina della morale eroica del sacrificio in netto contrapposto con la teoria utilitaristica.

Paesino trasognato e antico, immobile e fermo nel tempo, uno di quei luoghi viventi che il sud sa ancora offrire.

Collocato su una verde collina, in uno splendido paesaggio di valli, si può raggiungere attraverso una strada vertiginosa che ci dà l'emozionante sentimento della curiosità e del subl ime oltre a tracce di memorie storiche e una comunità di persone fiere, audaci, resistenti ad ogni disagio, interclassiste, conserva­trici, democratici, alla mano nel tratto e simpatici.

Ma a far riflettere è soprattutto lo spirito, la dimensione nuova in cui sembra collocarsi la tradizionale calabresità all'ombra di Pitagora e di Alarico, di Gioacchino da Fiore e di Campanella, che sembrano popolare i sogni ad occhi aperti, con segno positivo, le iniziative del dr. Francesco Bruno, Sindaco di Belmonte Calabro, instancabile amministratore della res pub­blicae, cioè delle cose destinate a soddisfare i bisogni della col­lettività e di suscitare nella gente gli ideali che animarono quel-. l'alta scuola di cultura civile e sociale che fu di Telesio e di tut­ti gli scrittori stranieri come Norman Douglas, Edwar Lear, o Francòis Lenormant, che nel passato hanno visitato l'antica ter­ra dei Bruzi, lasciandone memorabili testimonianze che, oggi, rappresentano solo uno sguardo attraverso cui volendo, può transitare l'idea di farne di questa Calabria di grandi tradizioni un modello per azioni congiunte tra pubblico e privato.

La memoria del passato è ancora viva al centro dell'inse­diamento originario, sviluppatosi attorno al castello fatto costruire da Carlo D'Angiò nel 1270, dove vi si leggono i segni della fatica dell'uomo che per secoli vi ha lavorato come agri­coltore. Belmonte Calabro diventò importante come Contea dei Salvacossa, Baronia dei Tarsia e dei Ravaschieri e successiva­mente Principato dei Pignatelli. Subì gli assalti dei pirati e l'as­sedio dei francesi e partecipò attivamente al movimento repu­blicano del 1799 e a quello risorgimentale. Dall'alto dei torrio­ni del castello medioevale, ridotti oggi a pochi ruderi, il "Signore" e poeta Galeazzo Tarsia cantava i suoi versi petrar­cheschi; nel Casino Giuliani, in origine fOltilizio militare, vi è una torre preesistente, ossia un caminetto segreto sotteraneo, che secondo una leggenda, lo collegava al castello. Interessante la scalinata del cortile.

Da vedere la Chiesa medioevale di Santa Maria Assunta, con interno barocco ricco di pregevoli decorazioni a stucco, opere di artigiani del posto. L'altare maggiore e quello della cappella laterale in splendidi marmi policromi del XVII secolo ed un "Cenacolo" del Menzel noto pittore e incisore di Breslavia. La Chiesa del Convento del Carmine, antico oratorio del 1560, restaurato dai Ravaschieri con opere marmoree e lapi­di sepolcrali di famiglia. La Chiesa del Convento di S. Giuseppe costruita, sempre dai Ravaschieri, attigua al convento, verso il 1611, all'interno del chiostro si può ammirare una meridiana solare. La Chiesa dell'Immacolata del 1660 con affreschi anti-hi. L'antichissimo romitorio medioevale Chiesetta dell'Annunziata, costruita su un tempio pagano dedicato aSpineto fino a Monte Cucuzzolle divinità campestre. Vi si trovano un dipinto ad olio del '600, un bassorilievo in marmo raffigurante S. Giorgio che uccide il dra­go, un altare in legno intagliato. Ai piedi della statua di Sant' Anna, nel giorno della sua festa si rinnovano vecchi riti devozionali per la salute delle partorienti e dei neonati. Cappella del Purgatorio ci ricorda da dove, anticamente, parti­va la caratteristica processione con lo stindardo dei pescatori residenti nel rione. La zona di ritrovamento archeologico: loca­l ità Serra e Cuoco. Centro storico. Da visitare con particolare attenzione le Cava Petronestradine serpeggienti che scendono da piazza Castello sino al "Muraglio" e alla "Torre" di fronte al mare blu. Le case, addossate l'una all'altra hanno tutte un balcone fiorito e si affacciano sulle valli verdi sottostanti: uno spettacolo che non si dimentica.

Questo piccolo centro è il paese d'Italia che conta più fra­zioni o borghi di tutti gli altri. Sono undici e conservano leSalice denominazioni date dai primi insediamenti umani: Vadi, Spineto, Palombelli, Salice, Annunziata, Cava, Piane, Santa Barbara, Regastili, Campo di mare e Marina di Belmonte. Tutte immerse nella natura su lieve colline, poggi e valli, boschi e brughiere, in un affascinante ordito trecentesco di un romanzo ancora non scritto. In ognuna vi abitano piccole comunità diverse per storia e fattezze, rispettose dell'ambiente e dedite all'agricoltura rima­sta immutata nel tempo.

In queste piccole località ideali per il buon vivere sono sta­te protagoniste le famiglie dei Bruno, Veltri, Provenzano, Porco, Bossio, Santa Barbara, Osso, Guglielmo, Arlia, Picone, Spineto, De Luca, Magnone, Palombelli, Suriano, Conforti e Cupelli, che hanno lasciato a testimonianze i castelli aviti, i palazzi della nobiltà feudale, i conventi e le chiese di una civiltà finita o sva­nita nella modernità, come i costumi tradizionali delle donne, così diversi e ricchi, le quali ci hanno fornito di Belmonte, un intreccio di stili, simboli di ricchezza, con esempi struggenti di vita contadina e una sovrapposizione di stupore organizzato fra salite, gradoni e discese, vicoli e terrazze che guardano al futu­ro, ad una storia da scrivere.

Appena fuori dal paese ci vengono incontro le montagne boscose con la loro solitudine e le forme di vita vegetale e ani­male. Un invito all'escursione attraverso un percorso che si distende a volte fra un susseguirsi di dirupi spettacolari, a volte su morbidi rilievi ammantati di vegetazioni di ontani, castagne, querce, ginestre, erica ricercata per tingere stoffe, per fare sco­pe, per copertura di capanne, per fare con le sue radici pipe, e usata anche per impiallacciaturre. Belmonte Calabro ci appare come la terra della speranza proiettata verso una vita operosa, redditizia, disponibile a riscattare secoliPomodori di Belmonte di povertà e d'avvili­mento. Ma il paese è soprattutto noto per la coltivazione dei pomodori, frutti di ottimo sapore e ricchi di vitamine, usati come frutta fresca, condimenti, bibite, conserve e salse, per uso domestico lavorato in diversi modi anche, un tempo, alla pro­duzione dell'alco\. In Questo ambiente da favola è già sorto, nella parte collinare alta un parco week-end destinato al fine set­timana frequentato molto dai tedeschi che, con la loro presenza, sono riusciti a dominare il destino incompiuto di Belmonte Calabro e al tempo stesso fascinoso, dichiarato e sotteso, reale e irreale, e a dare consistenza a un luogo veramente ameno e gio­vevole alla salute e al fisico. Un ambito spazialeche soddisfa tutti i ceti sociali, siano essi viandanti, viaggiatori e vacanzieri e che sa intrecciare ricordi e letture per disegnare un ritratto avvincente delle montagne attraversate e dei piaceri scaturiti, delle emozioni, delle impressioni e degli incantamenti ricevuti.

Quel che è interessante in questo paesino sono i costumi

delle donne, ricchi di ricami e un leggero riflesso del fasto orientale, tutti neri con bande nivee, intorno al capo, dove si annodano le trecce strette e dure, ripiegate all'altezza delle tem­pie e intorno alla breve scollatura un bianco merletto come orna­mento, e, fra i tanti riti religiosi, la ricorrenza della Settimana Santa, in cui un corteo di dieci o più ragazzine di campagna, vestite di bianco, cantando inni di lode e di implorazione a Gesù e ai santi, attraversa le strade di Belmonte Calabro per reccarsi alla Chiesa del Carmine. Apre la fila un uomo con la zampogna che accompagna i canti sacri delle "Verginelle", le quali porta­no sulla testa una coroncina di fiori di campo e spine. Chiudono la fila i familiari delle "verginelle". Avanti, a questo festoso gruppo, una donna porta sulla testa un cestone ornato da una candida tovaglia e pieno di "tortoni" che, dopo la celebrazione della Santa Messa, vengono benedetti e distribuiti alle "vergi­nelle", ai parenti e alle persone del vicinato.

LO ZECCHlNO D'ORO era una moneta che il Principe di Belmonte Calabro aveva la facoltà di coniare. Altre particolarità da vedere sono l'esposizione di materiale etnografico e la rico­struzione di ambienti ecologici nella Scuola Elementare, ogget­ti della civiltà contadina nei locali della Scuola Media, ci meli i storici nel Palazzo del Giudice, il Presepio stabile, la lavorazio­ne del ferro battutto, della paglia e del legno, Minerale di colle­zione e la zona dei ritrovamenti archeologici di Serra e Ruccoli.

IL PIATTO TIPICO. Non dimenticare di assaggiare la "frit­tata di pasta con ingredienti di salame, formaggio e uova sode tagliati a pezzettini" e il "Sangimo" sanguinaccio di maiale.

IL CARNEVALE, il periodo precedente la Quaresima è una fausta ricorrenza che rimonta a duemila anni fa il cui significa­to va oltre il divertimento sfrenato e costituisce un rito propi­ziatorio di fecondità che innesta un motivo educativo di ordine religioso e civile.

Il nome di Belmonte Calabro deriva, probabilmente, da Beaumont, maresciallo dell'esercito angioino che diresse i lavo­ri delle fortificazioni costiere e del castello, oppure dalla voce dialettale "Bellumunte" cioè Belmonte che vuole indicarev il luogo dove è sorto il Castello.

La fertilità della terra, le belle montagne che la circondano, compresa la collinetta "Vastia" su cui sorge il monumento a Michele Biancbi, uomo politico fascista, giornalista e agitatore socialista - sindacalista, seguì Mussolini e collaborò al Popolo d'Italia: poi fu segretario generale del partito fascista. Dopo il congresso di Napoli dell'ottobre 1922 fece parte del Quadrumvirato con De Bono, De Vecchi e Balbo, e con essi entrò in Roma. Ricoperse quindi alte cariche, fu Consigliere di Stato e Segretario Generale al Ministero dell'Interno, Sottosegretario ai Lavori Publici, Sottosegretario agli Interni, infine Ministro dei LL. PP. Una coscienza nazionale e calabrese adamantina, acuto osservatore dei problemi della sua terra sco­pri la Sila per fame una terra promessa.

Concludiamo con la speranza di aver fornito ai lettori di Scena Illustrata un resoconto veritiero e allettante di Belmonte, vero Parnaso erboreo di maestà antica, delle sue potenzialità di sviluppo le parole turismo e turista, ci auguriamo, siano le paro­le magicbe del suo prossimo avvenire.

ItaLo CarLo Sesti

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